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BOOK TAG #1|I dare you book tag

E, visto che abundare melius est quam deficere, vi lascio anche il link al mio ultimo video.
Stavolta non si tratta di una videorecensione, ma del mio primo book tag 😉
Ho voluto provare a girare un’altra tipologia di video perché penso che rispondere a domande sul mondo dei libri possa aiutarvi a capire qualcosa in più su di me, sui miei gusti e sul mio modo di approcciarmi ai testi.

Videorecensioni · Youtube

Videorecensione|La figlia femmina

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“La figlia femmina”, edito da Fazi.

Buongiorno lettori! Oggi vi lascio il link alla mia videorecensione de “La figlia femmina”, romanzo d’esordio di Anna Giurickovic Dato, attualmente candidato al Premio Strega. Questo romanzo, esaltato dalla critica e paragonato non solo alla Lolita di Nabokov, ma anche, per l’atmosfera, ad alcune opere di Moravia, non mi ha per niente convinta.

Ho trovato che, per essere un libro la cui trama si fonda su un gravissimo episodio di pedofilia, l’argomento sia stato trattato in modo troppo superficiale e, soprattutto nella seconda metà del romanzo, del tutto inverosimile.

Fatemi saperecosa ne pensate!

Romanzi

Stupore e tremori

“Il signor Haneda era il capo del signor Omochi, che era il capo del signor Saito, che era il capo dalla signorina Mori, che era il mio capo. E io non ero il capo di nessuno”

Con queste parole, Amélie Nothomb dà inizio al suo “Stupore e tremori“, brevissimo romanzo edito da Voland nel 2001, incentrato sulla breve esperienza lavorativa svolta dalla Nothomb presso un’importante azienda giapponese.

La storia personale dell’autrice, certamente alquanto singolare, fa sì che anche la sua scrittura e il suo modo di osservare il mondo le piccole cose quotidiane appaia sempre caratterizzato da una sensazione di straniamento e da uno sguardo che si pone al confine tra l’onirico e il fantastico. Figlia di un diplomatico, costantemente in viaggio da un paese all’altro, la Nothomb deve avere imparato a sentirsi cittadina del mondo e, al contempo, a sentirsi estranea ad ogni luogo. Probabilmente per questo motivo sceglie quasi sempre di utilizzare il personaggio chiaramente autobiografico di Amélie, romanzando intere parti della sua esistenza come se questo potesse servire a capirle meglio, per il solo fatto di riuscire a distaccarsene e a guardarle da un punto di vista esterno. Nata in Belgio, la scrittrice ha trascorso parte della sua infanzia in Giappone (paese che conosce al punto da poter affermare di essere totalmente bilingue e di parlare “Le franponais”, ossia di considerare come una totalità indistinta le due lingue) per poi spostarsi in Cina, Bangladesh ed Europa.

Stupore e tremori
“Stupore e tremori”, edito da Voland.

In “Stupore e tremori”, la giovane Amélie è appena stata assunta come interprete presso l’azienda da lei ribattezzata Yumimoto (“le cose dell’arco”) in onore del suo diretto superiore, la signorina Fubuki, che le appare sottile e alta come un arco, nonché dotata di una bellezza capace di rasentare la perfezione.

Non tutte le giapponesi sono belle. Ma quando una è bella, le altre devono reggersi forte

Fin dal primo istante, Amélie fa di quella straordinaria bellezza un idolo da venerare, vivendo nell’attesa che da quelle labbra disegnate fioriscano comandi e indicazioni.
Per la protagonista, tornata in Giappone per riscoprire le sue origini e rivivere i meravigliosi ricordi della sua infanzia, avere la possibilità di inserirsi in un ambiente come quello della Yumimoto e, per di più, di farlo sotto la guida di un angelo nipponico come Fubuki, sembra quasi la realizzazione di un sogno.
La realtà, però, sarà molto meno idilliaca. Il rapporto con la signorina Mori, infatti, si trasformerà ben presto in un crescendo di rimproveri, umiliazioni e incomprensioni. Amélie passerà dall’essere totalmente ignorata, quasi come fosse parte dell’arredamento, all’essere costretta ad occuparsi di argomenti a lei totalmente estranei, come la contabilità. Naturalmente, questo non potrà che produrre risultati disastrosi e, di conseguenza, un continuo e degradante demansionamento che renderà la permanenza alla Yumimoto una sorta di gara di resistenza, uno strenuo tentativo di arrivare alla scadenza del contratto annuale senza cedere.
Le difficoltà incontrate dalla protagonista, se in gran parte dipendono dal carattere algido e costantemente risentito della sua stupenda aguzzina, dall’altro sono legate alle enormi differenze tra la cultura occidentale e una cultura nipponica che da millenni si basa su pratiche consolidate e su rituali ben definiti e assolutamente irrinunciabili.

Il romanzo, pertanto, non offre al lettore soltanto uno spaccato su un periodo in particolare della vita di Amélie, ma si configura anche come un’approfondito trattato sulla cultura giapponese, sulle ferree regole che governano i rapporti gerarchici e quelli con i collaboratori e gli ospiti occidentali all’interno di aziende che diventano vere e proprie ragioni di vita per una società che ha fatto del lavoro il perno attorno al quale ruotano intere esistenze. Soprattutto, però, la Nothomb ci regala un’angosciante quanto accurata disamina del ruolo della donna in un paese che da lei pretende l’impossibile.
Una donna nipponica deve essere bella, ma non trarre piacere dalla propria bellezza; deve sposarsi prima dei venticinque anni con un uomo che non ama; deve essere sobria nel vestire e costringere i suoi lunghi capelli in acconciature severe e decorose; deve simulare sentimenti che non prova e sacrificarsi sempre per gli altri; deve lavorare duramente, ma riuscire a essere moglie e madre impeccabile. L’unica alternativa concepibile a una vita del genere? Il suicidio.

“Pensa alla tua reputazione postuma. Se ti suicidi, sarà splendente e sarà l’orgoglio dei tuoi parenti. Avrai un posto di riguardo nella tomba di famiglia: è la speranza più grande che un essere umano possa nutrire”

La donna giapponese non ha il diritto di sognare, di nutrire speranze, di immaginare, a meno che non sia stata male educata. Non suicidarsi, scegliere di restare in vita, è un atto coraggioso, un atto di resistenza contro un destino crudele e iniquo.
E proprio perché sa bene che questo terribile retaggio educativo è all’origine del contegno impassibile e del carattere irascibile di Fubuki, Amélie non smette mai di ammirarla e di compatirla per la riprovazione di cui, essendo ancora nubile a ventinove anni, doveva essere oggetto in famiglia. Anche quando la signorina Mori sarà ormai per lei soltanto fonte di ansia e disapprovazione, continuerà a rivolgersi a lei con “stupore e tremore“, con l’atteggiamento che, nell’antico protocollo imperiale, i sudditi dovevano adottare nei confronti dell’Imperatore.
Amélie ci racconta così una cultura che, rispetto alla nostra, appare ancora incomprensibile e lontanissima, ancorata a rigidi dogmi e precetti. Allo stesso tempo, però, lei stessa si fa interprete del nipponico senso di totale abnegazione al lavoro, ostinandosi a restare in azienda fino alla scadenza del contratto anche quando ormai la sua mansione principale consiste nell’occuparsi della pulizia dei bagni.
Persino nei bagni, infatti, c’è una finestra, e:

“La finestra era la frontiera tra la luce orribile e la mirabile oscurità […] Finché esisteranno finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà”

Come sempre, vi consiglio la lettura di questo e degli altri romanzi di Amélie Nothomb, che penso sia un’autrice straordinaria (anche se, ve lo anticipo, un po’ eccentrica). Fatemi sapere cosa ne pensate!

Romanzi

L’arminuta – Idea Libro

“L’Arminuta”, edito da Einaudi.

“Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità
e oggi davvero ignoro che cosa sia una madre.
Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza”

Oggi vi lascio il link alla mia recensione (pubblicata da Idea Libro) de “L’Arminuta” di Donatella di Pietrantonio, edito da Einaudi. Non mi capitava da tempo di innamorarmi così di un romanzo scritto da un autore italiano, ma “L’Arminuta” mi ha letteralmente folgorata. L’autrice, poi, è stata per me una vera scoperta, con il suo stile limpido, incisivo ed evocativo.

“L’Arminuta” è un piccolo capolavoro, una perla narrativa delicata e toccante, assolutamente da non perdere!

http://www.idealibro.com/larminuta-donatella-pietrantonio/

Romanzi

Gli anni al contrario | Recensione 

Una mia foto de
“Gli anni al contrario”, edito da Einaudi.

“Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario. Parole uguali, significati diversi. Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire e tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi […] Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario”

Messina, 1977. Aurora è ancora una ragazzina, ma ogni forma di svago e di libertà le è preclusa dall’opprimente figura paterna, il “fascistissimo” Silini, direttore del carcere locale. La sua unica speranza è quella di riuscire a eccellere nello studio, così da poter fuggire da un orizzonte familiare che ormai le sta stretto. Giovanni, invece, è l’ultimo figlio dell’avvocato Santatorre, fieramente comunista e convinto che tutti i suoi discendenti debbano seguire le sue impronte. Tutti, sì, tranne Giovanni che, ribelle e anticonformista com’è, è già difficile da gestire senza che sia necessario farsi troppe aspettative sul suo futuro.
Aurora e Giovanni si incontreranno quasi per caso all’università e le loro vite saranno sconvolte dalla nascita di un amore tanto inaspettato quanto travolgente.
L’amore, però, non è la risposta a tutte le domande, e sarà il destino a insegnare ad Aurora  e Giovanni che anche il sentimento più intenso deve fare i conti con una realtà che non sempre si rivela all’altezza della fantasia.

Gli anni al contrario è un romanzo breve,  opera d’esordio della scrittrice messinese (ormai romana d’adozione) Nadia Terranova e pubblicato da Einaudi nel 2015. L’autrice ci racconta del primo incontro tra Giovanni, studente assai poco promettente e in difficoltà con gli esami, e Aurora, brillante studentessa con il massimo dei voti, che per arrotondare dà ripetizioni ai suoi colleghi. E Galeotta sarà proprio una lezione privata di filosofia, dalla quale avrà inizio una storia d’amore incapace di rispettare le convenzioni e le tempistiche tradizionali. Pochi mesi dopo il loro primo appuntamento, infatti, i due giovani decideranno di sposarsi e il matrimonio sarà subito seguito dall’arrivo di una bimba, Mara.
Naturalmente, Giovanni e Aurora non sono in grado di provvedere economicamente alla piccola e, presi come sono dalle loro lotte idealistiche e dagli ambiziosi progetti politici, si affidano completamente ai genitori affinché coprano loro le spalle. L’idillio amoroso e la felicità coniugale vissuta nella loro “casa in miniatura”, però,  avranno vita breve. Mentre Aurora, infatti, si dà da fare per concludere gli studi, trovare lavoro e ottenere un avanzamento di carriera, Giovanni continua a ragionare come un ragazzino, a inseguire ideologie ormai superate e a sentirsi prigioniero di un’esistenza che credeva di desiderare, ma che invece lo soffoca.
Giorno dopo giorno, Mara passa dall’essere il frutto di un sentimento incontrollabile al diventare l’unico collante capace di tenere insieme i cocci di una vita familiare che va in frantumi, sotto i colpi dei litigi, delle separazioni, dei ritorni, dei rimpianti, dei rimorsi. Quelli di Mara sono gli unici pensieri davvero innocenti che ci è dato di ritrovare nel romanzo; il suo amore incondizionato per un padre che si perde tra sterili lotte politiche, fughe, donne e droghe, è senza alcun dubbio l’aspetto più commovente di tutta la storia.

Gli anni al contrario mi ha incuriosita e piacevolmente intrattenuta per qualche ora, ma non posso dire che mi abbia entusiasmato del tutto. 144 pagine, a mio parere, non sono sufficienti per raccontare una storia lunga dodici anni, soprattutto se questa storia si intreccia con vicende storico-politiche di una certa rilevanza e introduce tematiche forti come il dramma della dipendenza dalle droghe o la tragica incidenza di una malattia devastante come l’AIDS.
La Terranova non fa che mettere continuamente  carne al fuoco, senza dare ai suoi lettori il tempo di approfondire la psicologia di personaggi che spesso sembrano appena abbozzati, di affezionarsi a loro e, soprattutto, di costruire una riflessione intorno agli argomenti più spinosi e dolorosi che emergono nel corso del romanzo. Il lettore, perciò, si ritrova a essere freneticamente trascinato dagli eventi senza avere il tempo di assimilarli e comprenderli per davvero.

Ciononostante, l’autrice scrive bene, la storia è godibile e, pertanto, mi sento di consigliare questo libro a chi cercasse una lettura non troppo impegnativa e, al contempo, non troppo banale e scontata.

Senza categoria

Le otto montagne – Idea Libro

Copertina de
“Le otto montagne”, edito da Einaudi.

Sulla pagina facebook vi avevo anticipato che, durante il week end, mi sarei dedicata alla scrittura di nuove recensioni. Ecco qui la prima, che ho scritto per http://www.idealibro.com 😉
http://www.idealibro.com/le-otto-montagne-paolo-cognetti/

Stavolta vi parlo del nuovo romanzo di Paolo Cognetti, Le otto montagne (Einaudi, 2016), di cui avevo sentito parlare tantissimo (e sempre in termini positivi) e che non vedevo l’ora di leggere. Solitamente non leggo molti libri di autori italiani (sto cercando di colmare questa lacuna), ma la scrittura di Cognetti ha saputo conquistarmi. Non avrei mai pensato di poter apprezzare tanto un romanzo che avesse come argomento la montagna, territorio che non conosco per ragioni banalmente geografiche dal momento che ho vissuto in Sicilia fino a pochi mesi fa. Cognetti, però, è riuscito perfettamente a trasmettermi l’amore per la “sua” montagna, per un luogo che diventa per lui un rifugio e, allo stesso tempo, una fonte, uno stile e una filosofia di vita.

“Il passato è a valle, il futuro a monte […]
Qualunque cosa sia il destino,
abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”

Recensioni · Romanzi

Le nostre anime di notte 

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“Le nostre anime di notte”, edito da NN Editore.

Non è mai facile per me recensire un romanzo di Kent Haruf. La contea di Holt e i suoi abitanti, cosi straordinari nella loro ordinarietà, riescono sempre a  colpirmi e commuovermi al punto da non saper bene come descrivere quello che ho provato durante la lettura.

Le nostre anime di notte è la degna e meravigliosa conclusione di un lungo viaggio, un viaggio che mi ha fatto innamorare di Holt, di un luogo immaginario eppure talmente reale da farmi già percepire la sua mancanza come se lo avessi veramente visitato, come se tra i tanti personaggi che popolano le sue strade ed incarnano un’umanità smarrita e sofferente ci fosse un posticino anche per me.

Le nostre anime di notte è un romanzo delicato come la neve e intimo come un lento e, proprio come un lento, in un certo senso prende avvio da un invito a danzare insieme. Convenzionalmente, si sa, è l’uomo a farsi avanti attraversando una sala gremita di persone per proporre a una donna di ballare, ma in questo caso accade l’esatto contrario. Sarà infatti l’anziana vedova  Addie Moore ad attraversare il breve tratto di Cedar Street che separa la sua casa da quella di Louis Waters, vedovo anche lui, e a fargli una proposta alquanto bizzarra:

Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire con me

Sulle prime, naturalmente, Louis rimane interdetto e quasi si convince di aver sentito male, di aver equivocato le parole di Addie che, con disarmante semplicità, aggiunge:

“Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.”


Due solitudini
, due vite rese incolori dall’implacabile scorrere del tempo e ravvivate solo dall’occasionale visita di un figlio o di un nipote, si incontrano e timidamente si avvicinano fino a toccarsi. Le luci tornano ad accendersi sulla veranda della casa di Addie Moore, mentre lei porge un bicchiere a Louis e insieme sorseggiano del vino bianco, cercando di rompere il ghiaccio e iniziare a conoscersi. E la luce torna ad accendersi anche nella camera da letto di Addie, dove lei e Louis siedono impacciati su un letto che per la prima volta si trovano a condividere, stando ben attenti a non sfiorarsi, misurando attentamente ogni parola. Louis fugge via al sopraggiungere dell’alba, deciso a rincasare prima che qualcuno possa vederlo lì, sul patio di casa di Addie Moore, e pensare che tra loro ci sia stato qualcosa di più di una semplice conversazione notturna.
Holt è pur sempre un piccolo paese, la gente mormora e nessuno vede di buon occhio una relazione nata tra due persone non più giovani, che nell’immaginario comune dovrebbero accontentarsi dei ricordi accumulati nel corso di una vita intera e aspettare pazientemente che la loro progenie possa dedicare loro un po’ di tempo. Addie, però, è stanca dei luoghi comuni. Lei intravede in Louis una nuova occasione per essere felice ed è decisa ad affrontare anche le maldicenze in nome di un sentimento che non ha limiti anagrafici e si scopre nell’intreccio di due mani che, notte dopo notte, cominciano a cercarsi e finiscono per stringersi.


Le nostre anime di notte
è un romanzo dolcissimo, un gioiello narrativo nato dalla dolorosa consapevolezza dell’autore di essere prossimo alla morte. Il libro vuole essere una sorta di commiato dalla sua amata Holt, da quel luogo che esisteva solo nella sua mente, ma che lui sentiva come casa sua, cosa che rendeva evidente ripetendo spesso “i’m stuck in Holt”. Non è un caso che il libro cominci in medias res, con una congiunzione che ci dà l’impressione di non aver mai lasciato davvero la città:

“E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio”

Ma Le nostre anime di notte è molto più di questo. Cathy Haruf, vedova dello scrittore, ha raccontato che l’idea del romanzo è nata proprio dal rapporto tra lei e il marito, così uniti da tenersi ancora per mano durante la notte dopo quasi vent’anni passati insieme, parlando di tutto e raccontandosi ogni particolare della giornata appena giunta al termine. Il libro è quindi anche, o soprattutto, una meravigliosa dichiarazione d’amore che Haruf intendeva portare a termine a ogni costo, modificando persino i suoi ritmi di lavoro, solitamente lunghissimi, per riuscire a scrivere un capitolo al giorno.
A mio parere, se avete amato la Trilogia della pianura, non potete proprio farvi mancare Le nostre anime di notte, un dolceamaro inno all’amore e alla gioia che sa celarsi dietro alle piccole cose e ai gesti più semplici, un romanzo nel quale la tenerezza di un sonno e di un risveglio condivisi può bastare a far rimarginare le ferite provocate da anni di sofferenze e di mancanze.