Le nostre anime di notte 

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“Le nostre anime di notte”, edito da NN Editore.

Non è mai facile per me recensire un romanzo di Kent Haruf. La contea di Holt e i suoi abitanti, cosi straordinari nella loro ordinarietà, riescono sempre a  colpirmi e commuovermi al punto da non saper bene come descrivere quello che ho provato durante la lettura.

Le nostre anime di notte è la degna e meravigliosa conclusione di un lungo viaggio, un viaggio che mi ha fatto innamorare di Holt, di un luogo immaginario eppure talmente reale da farmi già percepire la sua mancanza come se lo avessi veramente visitato, come se tra i tanti personaggi che popolano le sue strade ed incarnano un’umanità smarrita e sofferente ci fosse un posticino anche per me.

Le nostre anime di notte è un romanzo delicato come la neve e intimo come un lento e, proprio come un lento, in un certo senso prende avvio da un invito a danzare insieme. Convenzionalmente, si sa, è l’uomo a farsi avanti attraversando una sala gremita di persone per proporre a una donna di ballare, ma in questo caso accade l’esatto contrario. Sarà infatti l’anziana vedova  Addie Moore ad attraversare il breve tratto di Cedar Street che separa la sua casa da quella di Louis Waters, vedovo anche lui, e a fargli una proposta alquanto bizzarra:

Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire con me

Sulle prime, naturalmente, Louis rimane interdetto e quasi si convince di aver sentito male, di aver equivocato le parole di Addie che, con disarmante semplicità, aggiunge:

Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.


Due solitudini
, due vite rese incolori dall’implacabile scorrere del tempo e ravvivate solo dall’occasionale visita di un figlio o di un nipote, si incontrano e timidamente si avvicinano fino a toccarsi. Le luci tornano ad accendersi sulla veranda della casa di Addie Moore, mentre lei porge un bicchiere a Louis e insieme sorseggiano del vino bianco, cercando di rompere il ghiaccio e iniziare a conoscersi. E la luce torna ad accendersi anche nella camera da letto di Addie, dove lei e Louis siedono impacciati su un letto che per la prima volta si trovano a condividere, stando ben attenti a non sfiorarsi, misurando attentamente ogni parola. Louis fugge via al sopraggiungere dell’alba, deciso a rincasare prima che qualcuno possa vederlo lì, sul patio di casa di Addie Moore, e pensare che tra loro ci sia stato qualcosa di più di una semplice conversazione notturna.
Holt è pur sempre un piccolo paese, la gente mormora e nessuno vede di buon occhio una relazione nata tra due persone non più giovani, che nell’immaginario comune dovrebbero accontentarsi dei ricordi accumulati nel corso di una vita intera e aspettare pazientemente che la loro progenie possa dedicare loro un po’ di tempo. Addie, però, è stanca dei luoghi comuni. Lei intravede in Louis una nuova occasione per essere felice ed è decisa ad affrontare anche le maldicenze in nome di un sentimento che non ha limiti anagrafici e si scopre nell’intreccio di due mani che, notte dopo notte, cominciano a cercarsi e finiscono per stringersi.


Le nostre anime di notte
è un romanzo dolcissimo, un gioiello narrativo nato dalla dolorosa consapevolezza dell’autore di essere prossimo alla morte. Il libro vuole essere una sorta di commiato dalla sua amata Holt, da quel luogo che esisteva solo nella sua mente, ma che lui sentiva come casa sua, cosa che rendeva evidente ripetendo spesso “i’m stuck in Holt”. Non è un caso che il libro cominci in medias res, con una congiunzione che ci dà l’impressione di non aver mai lasciato davvero la città:

E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio

Ma Le nostre anime di notte è molto più di questo. Cathy Haruf, vedova dello scrittore, ha raccontato che l’idea del romanzo è nata proprio dal rapporto tra lei e il marito, così uniti da tenersi ancora per mano durante la notte dopo quasi vent’anni passati insieme, parlando di tutto e raccontandosi ogni particolare della giornata appena giunta al termine. Il libro è quindi anche, o soprattutto, una meravigliosa dichiarazione d’amore che Haruf intendeva portare a termine a ogni costo, modificando persino i suoi ritmi di lavoro, solitamente lunghissimi, per riuscire a scrivere un capitolo al giorno.
A mio parere, se avete amato la Trilogia della pianura, non potete proprio farvi mancare Le nostre anime di notte, un dolceamaro inno all’amore e alla gioia che sa celarsi dietro alle piccole cose e ai gesti più semplici, un romanzo nel quale la tenerezza di un sonno e di un risveglio condivisi può bastare a far rimarginare le ferite provocate da anni di sofferenze e di mancanze.

La vegetariana 

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“La vegetariana”, edito da Adelphi.

Finalmente, dopo settimane di attesa, riesco a parlarvi del libro vincitore dell’International Man Booker Prize 2016, ovvero l’acclamatissimo
La vegetariana di Han Kang.

Comincio col dirvi che il titolo (fedele traduzione dell’originale) è quantomeno fuorviante: se pensate di trovarvi di fronte ad un testo che parli di come diventare vegetariani o della dieta vegetariana in generale, siete completamente fuori strada. La protagonista del romanzo, Yeong-hye, in effetti decide di diventare vegetariana, anzi quasi vegana, ma non lo fa per ragioni ideologiche, per amore verso gli animali o sulla spinta di una qualche convinzione politica. La donna, semplicemente, fa un sogno (di cui in effetti non conosceremo mai l’esatto contenuto) che la scuote a tal punto da farle decidere di smettere di mangiare carne nel giro di una notte e le fa provare disgusto alla sola vista di tutte le tipologie di cibo che la contengano.  I familiari che circondano Yeong-hye, in particolare il padre, che si comporta in modo violento e dispotico con la figlia fin dalla più tenera infanzia, e il marito che la considera poco più che un oggetto ornamentale, rimangono sgomenti di fronte alla sua determinazione nel rifiutare ostinatamente qualsiasi cibo di origine animale e cercano di forzarla a tornare sui suoi passi.

Yeong-hye, però, non può più far finta di niente, non può semplicemente riprendere a mangiare come faceva prima dell’incubo che le ha sconvolto l’esistenza, perché la sua, in fondo, non vuole essere una ribellione contro la dieta onnivora, ma una ribellione verso la sua condizione di donna rigidamente  controllata e maltrattata dagli uomini della famiglia in una Corea fortemente maschilista che la vede come un oggetto, nonché una protesta contro la vita umana in generale, fatta di ritmi ed imposizioni che non la rendono naturale come dovrebbe essere. Non è un caso, quindi, che la donna passi dal vegetarianesimo al rigetto verso la convenzione sociale che impone di coprire la propria nudità e, infine, al desiderio di nutrirsi solo di luce ed acqua, come fosse una pianta che necessita di rinascere e, al contempo, di riappropriarsi di un rapporto con il mondo che non sia più mediato dalla società e dalle sue regole.

Naturalmente, questa è solo una delle tantissime possibili interpretazioni che si possono dare di una storia che la stessa autrice definisce volutamente incompiuta, poiché “i libri non devono spiegare tutto, mi piace lasciare uno spazio vuoto al centro delle mie storie”.
Ma da cosa deriva e come viene realizzato, dal punto di vista narrativo, questo spazio vuoto? Come mai non siamo in grado, alla fine della lettura, di delineare un quadro chiaro della situazione e di essere certi di quali siano le risposte alle nostre innumerevoli domande? La risposta è semplice: Han Kang ha scelto di adottare uno stile di scrittura originale almeno quanto la struttura del suo romanzo, facendo in modo che la protagonista non prenda mai la parola in prima persona, ma che venga costantemente raccontata dall’esterno, attraverso gli occhi di tre personaggi chiave.

Nel primo capitolo, La vegetariana, a prendere la parola è il marito di Yeong-hye (unico narratore interno) che, da uomo cinico e inetto qual è, sembra accorgersi dell’esistenza della moglie in quanto essere senziente solo quando viene a conoscenza della sua inaspettata decisione

“Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno  […] La personalità passiva di quella donna in cui non intravedevo né freschezza né fascino, e nemmeno una singolare raffinatezza, faceva perfettamente al caso mio”

Evidentemente privo di qualsiasi inclinazione all’empatia e alla comprensione, l’uomo si limita a provare vergogna per i ‘capricci’ della moglie e per le urla e le proteste di Yeong-hye di fronte al tentativo, messo in atto dal padre, di costringerla ad inghiottire un boccone di carne durante una cena, che spingerà la ragazza al gesto estremo di tentare il suicidio davanti ai familiari sconvolti. Considerando i gesti e le reazioni di Yeong-hye come chiari segni di pazzia, e limitandosi a guardare al suo vegetarianesimo da un punto di vista meramente alimentare, il marito non ci offre alcuna seria chiave di lettura, limitandosi a porsi domande e a rimpiangere la donna taciturna, l’amante accondiscendente anche se distaccata e, soprattutto, l’ottima cuoca che aveva sposato.

Il secondo capitolo, La macchia mongolica,  dà voce, attraverso un narratore esterno, ai pensieri del cognato della protagonista, sposato con sua sorella In-hye. L’uomo, artista ‘visuale ’ di professione, vede nella scelta di Yeong-hye, che nel frattempo ha cominciato a rifiutare tutto il cibo che non sia verdura o frutta e a diventare sempre più insofferente verso l’uso dei vestiti, un qualcosa di affascinante, di misterioso e di estremamente eccitante. Per questo motivo, con la scusa di andare a trovare la cognata per verificarne lo stato psicofisico, le proporrà di posare per lui, immaginandola come un essere silenzioso, la cui esistenza si è ridotta all’essenziale ed il cui corpo è in perfetta comunione con la natura e gli appare in sogno ricoperto di fiori da lui stesso dipinti sulla sua pelle pallida. Anche il cognato, dunque, ci dà una visione soltanto parziale dei pensieri e delle idee che attraversano la mente di Yeong-hye, che idealizza e legge in una chiave metafisica che, nonostante tutto, è quella che forse più di tutte si avvicina alla verità dei fatti.

“Quello che aveva davanti era il corpo di una bella ragazza, convenzionalmente oggetto di desiderio, eppure era un corpo dal quale era stato eliminato ogni desiderio […] Ciò a cui la cognata aveva rinunciato, o così sembrava, era piuttosto la vita stessa che il suo corpo rappresentava”

Il terzo ed ultimo capitolo, Fiamme verdi, dà invece risalto, sempre attraverso un narratore esterno, al punto di vista di In-hye. La saggia, pacata, responsabile In-hye che non comprende il comportamento della sorella, che nel frattempo ha distrutto anche la sua famiglia e tutto ciò che negli anni aveva costruito, ma che continua ad assisterla anche durante il ricovero in un ospedale psichiatrico, con una diagnosi di ‘anoressia e schizofrenia’ che mal si concilia con i ricordi d’infanzia da lei gelosamente conservati e che teme derivi dalle violenze e dalle angherie subite da Yeong-hye nel corso degli anni.
In definitiva, dall’unione di tre sguardi che si interrogano sul mistero di Yeong-hye, non deriva alcuna visione d’insieme, alcuna risposta, alcuna conferma. Tocca al lettore, dunque, riempire il vuoto, farsi un’idea, trovare una coerenza, se una coerenza esiste, nel comportamento di Yeong-hye.

La vegetariana, a mio parere, merita il successo che ha riscosso. Personalmente ho apprezzato il fatto che lo stile dell’autrice fosse più “europeo” che orientale, ovvero meno incline a perdersi nell’onirico e nel fantastico rispetto ad autori come Haruki Murakami. Il linguaggio semplice, lineare, eppure ricco di profondità e di contenuti è, secondo me, uno dei punti di forza di questo libro.
Unico punto debole, forse, è la scelta di introdurre soltanto nel primo capitolo dei paragrafi, messi in evidenza dell’uso del corsivo, in cui è la protagonista a parlare in prima persona  (e sarà la sola ed unica volta in cui questo accadrà), evocando scene e visioni tratte dell’incubo che l’ha sconvolta e che appare in effetti abbastanza banale a livello contenutistico ed iconografico. Inoltre, se questo espediente fosse stato mantenuto anche nei successivi due capitoli, probabilmente il romanzo ne avrebbe avrebbe guadagnato in termini di coerenza testuale interna.

Nonostante questa piccola ‘critica’ mi sento assolutamente di consigliare questa lettura a tutti gli estimatori della buona letteratura, quella vera, quella che lascia il segno, che pone quesiti e che invita alla riflessione.

 

Le peggiori letture del 2016

Due giorni fa vi ho parlato delle letture più belle del 2016. Oggi, invece, ho intenzione di scatenare le mie critiche sui cinque libri più brutti che mi sono capitati tra le mani quest’anno.
Anche in questo caso non si tratta di un classifica, ma di una semplice lista di (s)consigli letterari.

1.Amy Snow di Tracy Rees 

Da questo libro mi aspettavo molto, sia perché la sinossi sembrava promettere un affascinante romanzo storico ricco di suspense e di mistero, sia perché l’autrice era stata presentata come la “nuova potente voce del romanzo storico”. Viste le premesse, ho iniziato la lettura aspettandomi di essere travolta da questa voce potente e di essere trascinata tra le strade della Londra vittoriana, alla scoperta di segreti ed intrighi.
Ora, io non amo il romanzo rosa, ma certamente non disprezzo chi lo scrive, né chi lo legge. Per quale assurdo motivo, però, si dovrebbe “nascondere” una trama decisamente ‘rosa’, con tanto di triangolo amoroso ed infinite riflessioni sui sentimenti della protagonista, dietro la dicitura “romanzo storico”, quando gli unici accenni alla Storia si basano su generiche descrizioni geografiche e commenti del tipo “che brava e che bella la regina Vittoria”, utili solo a far cadere le braccia a chi ama questo genere narrativo?
E soprattutto, a che pro inserire nella trama un ‘mistero’ che in realtà appare chiaro come il sole e la cui risoluzione è facilmente intuibile già dopo i primi capitoli? Questo, per me, è il vero mistero.

Qui trovate la mia recensione completa: http://www.idealibro.com/amy-snow-tracy-rees-romanzo-damore-abiti-vittoriani/

2.Vita degli elfi di Muriel Barbery 

L’ho letto mesi fa e mi sto ancora chiedendo di cosa parli esattamente. Ci sono due bambine con strani poteri, ci sono gli elfi, c’è un cattivo  (le cui motivazioni per essere cattivo rimangono tuttora imperscrutabili), ci sono i paroloni e le riflessioni filosofiche (?) che caratterizzano la scrittrice reduce dal successo de “L’eleganza del riccio”. Il guaio è che non c’è altro. Provare empatia per le protagoniste è impossibile,  come è impossibile comprendere nel dettaglio tutti gli snodi narrativi di una trama che sembra fin troppo inutilmente complicata, specialmente se consideriamo che il pubblico di riferimento dell’autrice, in questo caso, è costituito da lettori Young Adult. Il finale, poi, mi ha lasciato la sensazione di aver decisamente sprecato il mio tempo sottraendolo a letture più costruttive.

Qui trovate la mia recensione completa: http://www.idealibro.com/vita-degli-elfi-muriel-barbery-recensione/

3.I frutti del vento di Tracy Chevalier 

Non mi capita praticamente mai di abbandonare una libro prima di averlo finito, ma questo romanzo è riuscito ad  annoiarmi a tal punto da spingermi a chiuderlo prima di aver raggiunto la metà. Personaggi privi di alcuna caratterizzazione, una storia che non sta in piedi, inspiegabili salti temporali risolti sfruttando il banale artificio narrativo dello scambio epistolare… gli ingredienti per un completo insuccesso ci sono tutti. Come se tutto ciò non bastasse, le infinite pagine dedicate alla descrizione di piante varie ed eventuali mi hanno dato ulteriore conferma del fatto che “la vita è troppo breve per leggere libri brutti.

Naturalmente, in questo caso non ho scritto una recensione, ma credo di avervi dato un quadro abbastanza chiaro di ciò che penso di questo romanzo.

4. Un buon presagio di Gillian Flynn 

O dell’arte di trasformare un plot perfetto per un bel romanzo horror in un racconto che inizia alla grande e perde di ritmo pagina dopo pagina. La protagonista è un’ex prostituta che si ‘ricicla’ come falsa sensitiva e che, suo malgrado, si ritrova coinvolta in un mistero più grande di lei, legato ad un bambino dalle caratteristiche decisamente inquietante. Le premesse per un libro ci sono tutte,  no? La scrittura della Flynn è ottima come sempre e potrebbe sviluppare perfettamente una trama da brividi… e invece no. Il tutto si risolve nel giro di poche pagine, con un finale assolutamente prevedibile e decisamente deludente. Peccato.

Qui trovate la mia recensione completa: http://www.idealibro.com/un-buon-presagio-gillian-flynn-recensione/

5.La meraviglia degli anni imperfetti di Clara Sanchez 

Partiamo da un presupposto: non apprezzo particolarmente Clara Sanchez. Ho deciso di darle un’ultima possibilità leggendo questo romanzo che ho trovato abbastanza scarno ed inconsistente. Quei pochi, sporadici momenti in cui la trama avrebbe potuto rivelarsi interessante si sono puntualmente risolti con un nulla di fatto, lasciando che la storia si trascinasse stancamente verso il finale. Come se non bastasse, il tutto viene appesantito dalle  lunghe divagazioni pseudo-filosofiche del protagonista, che non hanno fatto altro che render ancor più pesante una lettura che procedeva già praticamente per inerzia.

Qui trovate la mia recensione completa: http://www.idealibro.com/la-meraviglia-degli-anni-imperfetti-clara-sanchez-recensione/

Top ten 2016

Il 2016 sta per concludersi ed è tempo di bilanci. Per questo motivo ho deciso di proporvi un post nel quale vi svelerò la top ten delle mie letture di quest’anno che, almeno dal punto di vista letterario, mi ha riservato molte piacevoli sorprese! Quella che segue naturalmente non è una classifica,  ma una semplice lista dei dieci titoli che ho amato di più 😉

1.Canto della pianura di Kent Haruf 

Vi consiglio questo romanzo, come gli altri due che compongono la ‘Trilogia della pianura’, perché Kent Haruf non è un autore che può essere ignorato. Con uno stile ben riconoscibile, caratterizzato in particolare dalla totale assenza dell’uso delle virgolette per marcare l’inizio di un dialogo, lo scrittore ci conduce per mano nella piccola cittadina di Holt. Fidatevi se vi dico che, quando sarete stati ad Holt per la prima volta, desidererete ritornarci, ritrovare l’atmosfera di una cittadina come tante che ospita personaggi come tanti alle prese con problemi assolutamente quotidiani che, però, riescono ad entrare nel cuore del lettore e a fargli sentire la loro mancanza non appena avrà girato l’ultima pagina. E proprio qui sta lo straordinario talento di Kent Haruf, il talento di trasformare l’ordinario in qualcosa di straordinario, il talento di commuovere e coinvolgere senza mai far leva sul pietismo o sullo sfoggio di erudizione. Bastano poche parole per dire tanto, bastano uno sguardo o un gesto per raccontare un’emozione e rendere evidente un sentimento.

Assolutamente imperdibile.

2.Rosemary’s baby di Ira Levin 

Questo romanzo mi ha davvero colpita. Non avevo mai letto nulla di Ira Levin e non avevo neppure mai visto l’omonimo film. Eppure, sempre a causa della mia solita ossessione per le copertine, mi sono ritrovata ad acquistare questa meravigliosa edizione della SUR e ne sono rimasta immediatamente affascinata.Probabilmente conoscerete questo libro come un romanzo horror, ma dietro e dentro  ‘Rosemary’s baby’ c’è molto più di questo. Il libro scava a fondo nella vita della middle class, portando alla luce le ipocrisie e bassezze da cui essa è caratterizzata e mostrando il vero volto del male che, paradossalmente, non è quello del diavolo. È l’uomo l’essere abbietto da cui bisogna guardarsi, è l’uomo il mostro capace di compiere le peggiori atrocità in nome di demoni che ben poco hanno a che fare con il soprannaturale e che portano nomi a noi noti come ‘ambizione’, ‘opportunismo’ e ‘slealtá’.

Non lasciatevi scoraggiare, insomma, dalla dicitura “horror” che troverete accanto al titolo su internet o in libreria. Date un’occasione ad un romanzo che ha molto da dire, anche se non siete estimatori del genere.


3.La sovrana lettrice di Alan Bennett

Ho ‘incontrato’ questo romanzo per puro caso la scorsa estate, senza averne mai sentito parlare e senza conoscere Alan Bennett. Già dopo poche pagine ho capito di essermi persa per anni un autore dalla verve ironica semplicemente irresistibile che, grazie ad un collaudatissimo ed efficace humour inglese, racconta una storia al limite del paradossale che ruota intorno all’amore per i libri. La protagonista, poi, pur essendo un personaggio ovviamente molto noto,  è descritta in un modo totalmente nuovo e decisamente unico, in una girandola di momenti esilaranti e di serie riflessioni sulla lettura che si concluderà con un finale inaspettato.

Consigliatissimo se avete voglia di una lettura breve e scorrevole che vi faccia sorridere.

4.Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey 

Questo romanzo è stato una scoperta. Ho deciso di leggerlo su consiglio del mio libraio di fiducia e non me ne sono mai pentita. La storia di Elyria, che inspiegabilmente decide di abbandonare una vita apparentemente perfetta per fuggire verso un ignoto che assume le sembianze della Nuova Zelanda, mi ha subito colpita e coinvolta. La scelta di Ellie è sicuramente estrema e forse folle, eppure chi di noi non ha mai sentito l’irrefrenabile ed improvviso bisogno di fuggire da tutto e da tutti, anche dalle persone che amiamo di più? Chi non ha quel ‘bufalo’ dentro di sé che si agita impetuoso e lotta contro le abitudini, la noia e la monotonia suggerendoci di mollare tutto? Con uno stile tanto fluido da rasentare spesso il flusso di coscienza, la Lacey ci racconta i pensieri, i ripensamenti e, perché no, anche le paranoie che attraverso la mente di Ellie mentre la ragazza cerca di ritrovare sé stessa o forse di smarrirsi per sempre, perché nessuno scompare davvero finché continua ad esistere per se stesso.


5. Room di Emma Donoghue 

Se conoscete la trama di questo romanzo almeno per sommi capi, potrete tranquillamente immaginare il motivo per cui questo libro mi ha colpita con la violenza di un pugno allo stomaco. La vocina di Jack, cinque anni appena, ci racconta un inferno non troppo lontano dai tanti e fin troppo reali casi di cronaca per i quali rabbrividiamo davanti alle nostre televisioni, seduti sui nostri comodi divani. Jack e Ma’ non hanno la possibilità di vivere una vita normale, dal momento che, sette anni prima, un orco di nome Old Nick ha rapito la ragazza e l’ha trasformata nella sua prigioniera, segregandola dentro uno squallido e ridicolmente piccolo capanno degli attrezzi. Jack, però, non conosce questa storia. Tutto ciò che sa è che la sua intera vita si è svolta dentro quel capanno, che lui chiama Stanza, e che Old Nick è l’unico ad avere accesso al mondo esterno, che per lui esiste solo in televisione.

La forza della scrittura della Donoghue sta tutta nel fatto di aver scelto Jack come voce narrante, di aver fatto sì che noi conoscessimo la più feroce crudeltà umana attraverso lo sguardo ingenuo e curioso di un bambino, che la fa risaltare e la rende, se possibile, ancora più atroce.

6.Lolita di Vladimir Nabokov 

Questo romanzo ha suscitato in me sentimenti contrastanti. L’ho trovato bellissimo ed inquietante, affascinante e disturbante, scritto talmente bene da farci entrare nella mente del protagonista Humbert Humbert e di farci vedere la sua amata Lolita attraverso i suoi occhi. Peccato che Lolita abbia solo dodici anni e che l’uomo ne abbia quaranta e sia un appassionato di ‘ninfette’, ragazzine che a suo dire presentano una malizia ed una sensualità fin troppo pronunciate rispetto alla loro età che oscilla tra i dieci ed i quattordici anni. Peccato, inoltre, che la storia raccontata sia quella di un sequestro, di una fuga, di un amore malato ed impossibile da concepire per chi non abbia strane perversioni, sebbene Humbert oscilli tra il senso di colpa ed il tentativo di dare una giustificazione alle sue azioni. Sono le ninfette a provocare, tutto nasce da un trauma adolescenziale e dalla ricerca del suo primo amore perduto, non ha mai fatto mancare nulla a Lolita e l’ha amata come nessun altro. Giustificazioni che per le nostre orecchie suonano certamente inconsistenti e insufficienti. Eppure, nonostante l’argomento decisamente difficile, la meravigliosa scrittura di Nabokov rende impossibile abbandonare la lettura, rende impossibile abbandonare Humbert e Lo al loro destino, rende necessario arrivare fino alla fine del romanzo.

Un grande classico, da non tralasciare.

7.Preghiera per Cernobyl di Svetlana Alecsievic 

Un pugno nello stomaco, un libro che provoca un dolore quasi fisico, un toccante e devastante ritratto DEL ‘popolo di Cernobyl’, la cui vita, al pari di quella delle generazioni a venire, è stata irrimediabilmente compromessa dalla tragedia: l’esplosione di uno dei reattori della centrale nucleare della città. Senza mai intervenire in prima persona, lasciando che sia la gente del luogo a raccontare la sua Cernobyl, la sua storia, il suo lutto, la Alecsievic realizza uno straordinario reportage giornalistico destinato a scuotere le coscienze e a dar voce ad un’umanità ferita che necessita di far sapere al mondo ‘che questo è stato’ e che la sua Tragedia non può più essere ignorata.
8.Il paradiso degli animali di David James Poissant
Una raccolta di racconti in cui a far da protagonisti sono gli uomini e le loro paure. Ogni storia ruota attorno ad un personaggio che sta affrontando un dramma personale, che si tratti di un lutto, di un divorzio, di un rapporto finito o incrinato con una persona cara. I protagonisti non sono eroi, non sono persone speciali, sono uomini e donne che vivono, soffrono e falliscono esattamente come noi, e questo riflette la volontà di Poissant di regalare al suo lettore uno spaccato di vita reale, nel quale possa identificarsi e attraverso il quale, un po’ come ha fatto lui durante la stesura del libro, possa riuscire ad esorcizzare almeno in parte i suoi timori più profondi. E che ruolo hanno gli animali, direte voi? Sono metafore, sono catalizzatori, sono spunti che pervadono la raccolta e le donano linfa vitale.

Per me, una lettura imprescindibile.

9.On writing di Stephen King

Se, come me, amate scrivere e sperate di trasformare la vostra passione in un mestiere, questo è un libro che dovete assolutamente leggere. Il Re del brivido per eccellenza ci fa dono di fondamentali consigli sulla scrittura, sulla costruzione dei personaggi e sul modo migliore per sviluppare una storia, legandoli a doppio filo al racconto della sua vita di scrittore (ma non solo) e delle sue molteplici esperienze come narratore.

10.La vegetariana dii Han Kang

Non ho ancora finito di leggerlo, ma so già che rientra di diritto nella top ten di quest’anno.

Se pensate di trovarvi di fronte ad un libro che affronti la tematica del vegetarianesimo e/o della dieta vegetariana, siete decisamente sulla strada sbagliata. La protagonista decide, sì,  di diventare vegetariana, ma non lo fa per motivi socio-politici o etici; la sua scelta è, infatti, indotta da un sogno, la cui natura non ci verrà mai svelata se non per accenni o immagini abbastanza confusi. È chiaro che la sua decisione non è altro che una metafora, e che la scelta di tralasciare del tutti il suo punto di vista lasciando che siano gli altri (il marito,il cognato, la sorella) a raccontare la sua storia non sia altro che un modo di rafforzare questa metafora. Qual è la metafora? Dovrete aspettare la mia recensione completa per scoprirlo!
Spero di avervi incuriositi e di avervi dato qualche utile spunto per le prossime letture 😉 Fatemi sapere qual è la vostra top ten!

La custode di mia sorella 

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“La custode di mia sorella”, edito da Corbaccio.

Oggi vi parlerò di un romanzo sicuramente non facile e che, soprattutto se nella vita vi siete ritrovati vostro malgrado ad affrontare un certo tipo di esperienze, sicuramente vi emozionerà, vi turberà, riaprirà delle ferite e ne rimarginerà altre, vi farà riflettere e vi coinvolgerà tanto da non riuscire a metterlo giù finché non sarete arrivati al doloroso e bellissimo capitolo finale. Sto parlando di La custode di mia sorella (Corbaccio, 2009) di Jodi Picoult, acclamato best seller da cui è stato tratto l’omonimo film del 2009 che vede protagoniste Cameron Diaz ed una giovanissima Abigail Breslin.

La trama: Anna Fitzgerald ha tredici anni e il suo unico desiderio è quello di poter vivere una vita normale, una vita che assomigli a quella dei suoi compagni di scuola e, in generale, a quella dei suoi coetanei, spensierati e proiettati verso un futuro costellato di sogni da realizzare. A lei non è concesso sognare, lei non ha la possibilità di farsi degli amici, di programmare un viaggio, di ambire ad un prestigioso college che la porti lontano dalla cittadina in cui vive con i genitori e i due fratelli. La nascita di Anna, infatti, non è avvenuta per caso e non è stata attesa da Sara e Brian Fitzgerald con la trepidazione e la gioia che solitamente accompagnano una coppia per tutta la durata della gravidanza. L’intero patrimonio genetico della ragazzina è il frutto di un attento studio e di una pianificata strategia che i suoi genitori, insieme al loro medico, hanno messo in atto affinché la piccola, concepita in vitro, potesse essere compatibile al cento per cento con la sorella maggiore Kate, alla quale è stata diagnosticata una leucemia promielocitica acuta alla tenera età di due anni e che, per questo, avrà costantemente bisogno di donazioni per riuscire a prolungare quella che si preannuncia come una vita breve e tormentata. Anna, sottoposta fin da subito a prelievi, interventi ed esami particolarmente invasivi, non si è mai lamentata ed ha sempre accettato il suo ruolo di “custode” ed ombra dell’amatissima sorella Kate. Giunta alle soglie della pubertà, tuttavia, la ragazzina comincia a soffrire di questa situazione, che la fa sentire invisibile, ignorata, come se la sua esistenza acquistasse un senso solo in relazione alla sorella, il cui benessere (e, per estensione, quello dell’intera famiglia) dipende interamente da lei. Quando le viene imposto di sottoporsi ad un delicato intervento al fine di donare un rene a Kate, Anna è costretta a prendere una decisione dolorosa, ma necessaria: avvalendosi dell’aiuto dell’avvocato Campbell Alexander, intenterà una causa contro i suoi genitori per ottenere l’emancipazione medica, recuperando così il completo controllo del proprio corpo.

Non avevo mai letto nulla di Jodi Picoult, per cui quando ho iniziato questo romanzo non sapevo davvero cosa aspettarmi. Pagina dopo pagina, ho scoperto una scrittrice dall’enorme sensibilità, capace di regalare una personalità ed un carattere ben definiti ai suoi personaggi e di raccontare con straordinaria chiarezza i sentimenti, i 8, le scelte e i ripensamenti  di ognuno di loro. La protagonista assoluta della vicenda è, almeno in apparenza, la piccola Anna. In realtà, però, il romanzo presenta una struttura corale ed i capitoli si alternano dando voce ora all’una ora all’altra delle principali figure che gravitano attorno alla tragedia si consuma all’interno della famiglia Fitzgerald. È così che noi lettori possiamo “entrare” nella mente del bizzarro avvocato perennemente accompagnato da un cane guida pur non essendo cieco, della tutrice ad litem di Anna, Julia, che in passato era stata una sua fiamma, del vigile del fuoco Brian Fitzgerald che si rifugia nel lavoro per sfuggire al suo dolore, di Kate che soffre per la sua condizione e perché sente di essere diventata un peso per la sua famiglia, di Jesse, unico figlio maschio dei Fitzgerald la cui vita sembra andare completamente a rotoli e che si perde dietro l’alcool, le droghe e i furti.

Tra le tante voci che ci ritroviamo ad ascoltare, spiccano naturalmente quella di Anna e quella di sua madre, Sara Fitzgerald, talmente infuriata per la decisione presa dalla figlia e talmente concentrata sulla necessità impellente di salvare Kate da decidere di rappresentarsi da sola in tribunale, rispolverando gli studi di giurisprudenza ed esercitando per la prima volta il mestiere di avvocato. Sara è una donna che ha visto crollare tutto il suo mondo nell’esatto istante in cui alla sua bambina, la sua piccola e bellissima Kate, è stato diagnosticato un male destinato a logorarne il fisico e a causarne la morte nel giro di pochissimi anni. Kate ha già raggiunto un’età (sedici anni) che andava oltre le più rosee aspettative, e il merito è tutto di Anna, che le ha sempre donato quel sangue e quel midollo di cui ha bisogno per combattere contro il mostro che la sta consumando, per cui Sara non è disposta a lasciare che la figlia minore decida volontariamente di smettere di essere una donatrice e di lasciar morire la sorella. La Picoult dipinge il ritratto di una madre disperata, di una madre che ha rinunciato a tutto affinché ogni suo gesto, ogni sua scelta, ogni suo respiro potesse ruotare attorno a Kate e prolungare anche solo di un mese la vita della bambina. Sara, tuttavia, non è un personaggio statico, ma si evolve nel corso del libro. All’inizio del romanzo ci si presenta come una donna piuttosto fredda, rassegnata all’idea di aver “perso” il primogenito Jesse, che ha smesso di seguire molti anni prima, totalmente focalizzata sulle necessità di Kate e persino cinica nella sua decisione di mettere al mondo un bambino al solo fine di trasformarlo nell’ancora di salvezza di Kate.

Benché sia ormai al nono mese, benché abbia avuto tutto il tempo possibile per abbandonarmi ai sogni, non ho mai preso in considerazione questa bambina in quanto tale. Ho pensato a questa figlia soltanto per quello che potrà fare per l’altra mia figlia […] Eppure, non per questo sogno meno sul suo futuro: ho addirittura in mente di fare di lei la salvatrice di sua sorella


Nel corso della narrazione, tuttavia, Sara scopre che quella bambina è un essere pensante, che si sente sola, che entrare ed uscire dagli ospedali le pesa, che sente dolore, che soffre per la potenziale perdita di quella sorella che per lei è anche l’unica amica, ma soffre anche perché il suo corpo le sembra ormai solo un oggetto maneggiato da mani adulte che decidono, volta per volta, cosa fare di lei. Nei capitoli a lei dedicati scopriamo una Sara che, gradualmente, si rende conto di aver trascurato la sua figlia minore pur amandola, di aver abbandonato il figlio Jesse al suo destino quando forse le sue trasgressioni rappresentavano soltanto una richiesta di attenzione, di aver dimenticato che un matrimonio non può fondarsi unicamente sullo scambio di bollettini medici e sui consulti con gli specialisti.

Talvolta la vita finisce per impantanarsi talmente nelle piccole cose, che ci si dimentica di viverla. C’è sempre un altro appuntamento da rispettare, un altro conto da pagare, un altro sintomo che si presenta, un’altra giornata senza che accada nulla da segnare con una tacca sul muro. Abbiamo sincronizzato i nostri orologi, studiato i nostri calendari, siamo esistiti per pochi minuti e abbiamo completamente dimenticato di fare un passo indietro e vedere i risultati che abbiamo ottenuto


Anna
, dal canto suo, è una ragazzina molto, forse troppo matura per i suoi tredici anni, che vuole solo ottenere il diritto di scegliere se e quando fare da donatrice, senza essere costretta a rinunciare sempre alle feste, agli amici, alle sue amate partite di Hockey. Per di più, donare un rene a Kate significherebbe andare incontro a problemi di salute, oltre che a complicanze durante un’eventuale gravidanza, e non poter più praticare alcuno sport che preveda possibili impatti con altri ragazzi. Tutte le sue speranze e le sue ambizioni, che agli occhi di sua madre passano in secondo piano rispetto alla concretezza delle esigenze di Kate, rischiano di andare in frantumi prima ancora che lei possa anche solo pensare di realizzarle. Al tempo stesso Anna adora Kate, vuole continuare ad essere sua sorella, vuole che la loro vita proceda di pari passo, e per questo i suoi pensieri oscillano tra la determinazione e l’indecisione, tra la consapevolezza di dover decidere per sé ed il senso di colpa nel prendere coscienza del fatto che solo lei è in grado di salvare Kate e sta scegliendo di non farlo, rischiando così di perdere anche l’affetto della madre che, a differenza del padre che la capisce e la sostiene, sembra trovare inconcepibili le sue richieste.

Io […] ero nata con uno scopo ben preciso […] Mi ritrovai a domandarmi, tuttavia, cosa sarebbe accaduto se Kate fosse stata sana […] Sicuramente non avrei fatto parte di quella famiglia. A differenza degli altri esseri liberi, infatti, io non ero nata per caso. E se i vostro genitori vi hanno messo al mondo per una ragione, è meglio che quella ragione continui a esistere, perché se mai se ne andasse, voi fareste la stessa fine


La custode di mia sorella
è un libro struggente, emotivamente devastante. La Picoult ci pone davanti a un interrogativo etico fortissimo: è più giusto tentare di salvare una figlia danneggiandone potenzialmente un’altra o lasciare che la vita faccia il suo corso e che sia solo una delle due a soffrire? Esiste una risposta a questa domanda? L’autrice non intende fornircene una, limitandosi a metterci a conoscenza delle posizioni di tutte le parti in causa, delle loro ragioni e delle loro debolezze, lasciando che ognuno di noi tragga le sue conclusioni e cerchi di immedesimarsi in un dramma familiare che lei conosce molto bene, avendo avuto una figlia gravemente malata.
Lo stile della Picoult, capace di adattarsi ad ognuno dei personaggi coinvolti senza mai scadere nella piattezza o nell’omologazione delle personalità, è trascinante e ci accompagna passo dopo passo tra i mille ostacoli di un processo delicato e complesso, del quale non vediamo l’ora di conoscere il verdetto, pur sapendo bene che sarà doloroso in ogni caso.

La custode di mia sorella è un libro bellissimo, che vi consiglio caldamente di leggere… ma tenete a portata di mano i fazzoletti! 😉

Nudi e crudi 

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“Nudi e crudi”, edito da Adelphi.

Immaginate che, una sera come tante, vi venga voglia di uscire e di passare qualche ora a teatro o al cinema. Immaginate di indossare dei bei vestiti, di assicurarvi che ogni finestra sia ben chiusa, di far girare più volte la chiave nella toppa della porta d’ingresso e di allontanarvi da casa vostra convinti di averla resa impenetrabile, pronti a godervi lo spettacolo che vi attende. Immaginate, infine, che al vostro ritorno ogni singolo oggetto che possedete sia inspiegabilmente scomparso senza lasciare alcuna traccia.

Questo è esattamente ciò che accade ai coniugi Ransome, protagonisti di Nudi e crudi, romanzo breve di Alan Bennett edito da Adelphi nel 2001. Maurice e Rosemary Ransome, membri dell’alta borghesia londinese, decidono infatti di recarsi a teatro per assistere ad una rappresentazione di Così fan tutte – ribattezzato “Il Così” da Mrs Ransome – assecondando la smodata passione di Mr Ransome per le opere di Mozart.

Mr Ransome ci sguazzava in Mozart, ci si tuffava. Dal piccolo viennese si lasciava ripulire dalle sozzure che aveva dovuto sopportare tutto il giorno al lavoro

Al loro ritorno, tuttavia, i Ransome si trovano di fronte ad uno scenario completamente inaspettato e sconvolgente: la loro bellissima casa, arredata con invidiabile gusto ed arricchita dai mobili di pregio e dai costosi impianti tecnologici che caratterizzano le abitazioni di qualsiasi coppia appartenente alla upper middle class  londinese, adesso è completamente vuota. I ladri hanno portato via ogni cosa, non risparmiando neppure la moquette, lo sformato che Mrs Ransome aveva lasciato dentro al forno o, come Mr Ransome scoprirà presto a sue spese, la carta igienica.

Casa Ransome era stata svaligiata. «Rapinata» disse Mrs Ransome. «Svaligiata» la corresse il marito. Le rapine si fanno in banca; una casa si svaligia. Mr Ransome era avvocato e riteneva che le parole avessero la loro importanza

Il pragmatico e glaciale Mr Ransome si reca immediatamente a cercare un telefono pubblico che gli consenta di avvisare la polizia del furto subìto. Naturalmente, i poliziotti che svogliatamente rispondono alla sua chiamata notturna, non faranno la loro comparsa prima di qualche ora, valutando sommariamente la situazione e suscitando l’irritazione di Maurice con la loro richiesta di un tè caldo e con la loro incapacità di rendersi conto della gravità della situazione. I coniugi Ransome, fino a ventiquattro ore prima orgogliosi proprietari di una casa lussuosa e ricca di ogni comfort, si ritrovano improvvisamente ad essere ‘nudi e crudi’, a possedere soltanto se stessi ed una serie di echeggianti locali vuoti, da ammobiliare alla meno peggio in attesa dell’evoluzione delle indagini.

La perdita di tutti gli oggetti che amavano ed ai quali erano inevitabilmente connessi ricordi ed emozioni, scatenerà reazioni ben diverse nei due coniugi. Mentre, infatti, Maurice si ostinerà a conservare le sue consolidate abitudini e quella punta di snobismo tipicamente borghese che da sempre lo avevano caratterizzato, preoccupandosi unicamente del prezioso impianto stereo che gli è stato sottratto e del nuovo impianto stereo che ha in mente di acquistare, sua moglie vivrà l’improvvisa necessità di ricominciare da zero come una nuova opportunità, come un modo per scoprire cose che fino a quel momento le erano rimaste oscure e per aprirsi a nuove esperienze. Per una donna che ha sempre e solo interpretato il ruolo della casalinga e della moglie condiscendente e remissiva, persino la decisione di far colazione da sola in un piccolo bar poco chic o quella di entrare in un negozio di alimentari gestito da indiani ed uscirne con sacchetti pieni di pietanze insolite ed oggetti di bigiotteria, rappresenta una vera e propria rivoluzione. Pur non avendo il sostegno del marito, Rosemary è decisa a rifarsi degli anni perduti, ad approfittare del dramma che sta vivendo per modificare la sua ormai logorante routine, per conoscere qualcosa di nuovo, per arredare la sua casa con uno stile più essenziale, rinunciando a tutti quegli oggetti, di valore certo, ma freddi ed impersonali, che fino a quel momento l’hanno in qualche modo trattenuta dall’oltrepassare il confine tra il mantenimento del decoro richiesto dall’appartenenza al suo ceto sociale e l’esigenza di dare una svolta alla propria vita. Inoltre, quando Mr Ransome scopre  la loro assicurazione copre il noleggio di un televisore, Rosemary, che non aveva mai avuto voglia di guardare un programma televisivo durante il giorno, comincia per puro caso a seguire alcuni talk show che, nonostante il loro basso profilo culturale, le aprono paradossalmente gli occhi sulla sua relazione col marito, da sempre basata sulle apparenze, sulle consuetudini, sui ritmi ormai perfezionati di una vita ‘condivisa’ per trentadue anni. Non c’è alcuna passione tra loro che, ormai da troppo tempo, vivono la loro relazione senza neanche sfiorarsi, tanto che il semplice gesto con cui Mrs Ransome appoggia istintivamente la testa sulle gambe del marito mentre entrambi aspettano la polizia seduti sul pavimento, risulterà insolito e strano per  Maurice, che lo accetterà solo perché pensa che Rosemary ne abbia bisogno in quel momento.

Il furto degli oggetti che affollavano la dimora dei Ransome, ben lungi dal renderli più poveri sul piano economico, svelerà invece la loro enorme povertà emozionale e sentimentale, la loro incapacità di vivere appieno un rapporto fatto di tabù, di parole non dette, di contatti mancati tra un uomo che rinnega la sua passionalità perché “non sta bene” e una donna che non si era neanche resa conto di desiderare amore e attenzione finché non ha iniziato ad uscire, ad incontrare altre persone, ad invidiare le coppie giovani ed innamorate. Per lei, una donna ormai sulla sessantina che ha scoperto il linguaggio dell’amore e della sessualità troppo tardi e soltanto per merito del mezzo televisivo, forse è ormai troppo tardi per recuperare quello che lei e Maurice non hanno mai avuto, le carezze mancate, le risate, le lunghe chiacchierate. 
Con la consueta ironia e facendo ricorso allo humour tipicamente inglese di cui è un maestro indiscusso, Alan Bennett ha saputo costruire, in appena novanta pagine, una storia perfetta per una rappresentazione teatrale, ricca di battute che vi strapperanno una risata e di descrizioni che vi faranno sorridere teneramente per la gioia quasi infantile provata da Mrs Ransome di fronte alle sue piccole conquiste quotidiane. Arrivati alla fine, tuttavia, avvertirete in modo chiaro il fatto che, dietro la finzione letteraria, si nasconda il retrogusto amaro della realtà, una realtà fatta di vite non vissute, di solitudine e di desideri rinnegati in nome del mantenimento delle apparenze.

Consiglio vivamente questo libro a chiunque si chieda se sia giusto o meno fare una scelta di vita radicale, a chi ama il teatro e a chi abbia voglia di trascorrere un paio d’ore spensierate, ma non troppo, perché inevitabilmente Nudi e crudi vi porterà a riflettere e a chiedervi “Ed io? Sono felice o mi sto accontentando di una serenità fittizia?”.

La ragazza del treno 

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“La ragazza del treno”, edito da Piemme.

Solitamente mi tengo ben lontana dai libri eccessivamente chiacchierati, dai romanzi presentati come veri e propri casi letterari grazie a studiatissime campagne di marketing e posizionati in bella vista sugli scaffali di tutte le librerie, magari avvolti da quelle invitanti fascette che inneggiano al capolavoro e riportano citazioni di illustri scrittori che sarebbero rimasti incantati dal libro in questione.

Per La ragazza del treno, romanzo d’esordio di Paula Hawkins, pubblicato nell’estate del 2015 da Piemme e subito definito come il ‘thriller dell’estate’ nonché come il ‘miglior debutto letterario dell’anno’, ho fatto un’eccezione solo e soltanto perché, approfittando di un’offerta speciale, ho deciso di abbonarmi ad Audible, l’app di Amazon che consente di ascoltare un numero praticamente illimitato di audiolibri dietro pagamento di una quota mensile relativamente esigua. Quando ho aperto la pagina iniziale del sito per curiosare nella libreria messa a disposizione dallo store online, mi sono subito ritrovata faccia a faccia con la copertina de La ragazza del treno, sovrastata da una citazione proveniente dall’interno del romanzo e dal volto di Carolina Crescentini, che presta la sua voce alla protagonista. Lì per lì, confesso di aver pensato ‘Oh, santo cielo!Anche qui!’, ma poi la curiosità ha preso il sopravvento e ho deciso di dare anch’io una possibilità a questo libro, sperando di non dovermene pentire troppo.

Rachel è una donna spezzata. Il suo matrimonio con Tom, nel quale aveva riposto tante speranze ed aspettative, è miseramente naufragato dentro un mare di incomprensioni e di frustrazione, lasciandola sola e svuotata, rendendola facile preda dell’alcolismo e della depressione che ormai da anni la dominano e che le hanno devastato il fisico e svuotato il portafogli. Sebbene non abbia più alcun obiettivo da perseguire, ogni mattina Rachel esce dalla piccola stanza che una vecchia amica dei tempi del college le ha generosamente messo a disposizione, si incammina verso la stazione e sale sul treno delle 8:04 che percorre la malandata tratta ferroviaria che congiunge Ashbury a Houston, appoggiando la testa al finestrino ed osservando le graziose case in stile vittoriano che costeggiano i binari. Ogni singolo giorno, quando il convoglio si ferma al primo semaforo, proprio all’altezza di Blenheim Road, Rachel ha la possibilità di osservare, senza essere vista, la deliziosa villetta bifamiliare al civico 23, la ‘sua’ villetta, il piccolo nido d’amore che aveva scelto ed arredato con cura insieme a Tom e che adesso lui condivide con Anna, la sua ex-amante adesso promossa al ruolo di moglie, e con la loro figlioletta di pochi mesi. Se il ricordo di una felicità ormai perduta per sempre la rattrista e le fa venir voglia di bere, il suo umore migliora quando, con malsana curiosità, si sofferma a guardare con interesse ciò che avviene nel giardino e sulla veranda di un’altra villetta, che si trova ad appena pochi passi di distanza da quella in cui Tom va felicemente avanti con la sua vita ed è abitata da una giovane coppia di sposi, da lei ribattezzati Jason e Jess, che Rachel immagina come un modello di perfezione e di amore incondizionato. Jason, così forte, premuroso e protettivo, le sembra il marito ideale, l’immagine astratta della devozione e della fedeltà, mentre Jess, così graziosa e minuta, le appare come una moglie innamorata, dolce, pienamente appagata dalla sua casa ben ammobiliata, dal suo giardino sempre ben curato, dal rapporto con un uomo che farebbe di tutto per vederla sorridere.                                               Eppure, la mattina del 12 luglio 2013, mentre Rachel contempla da lontano il giardino di Jason e Jess aspettandosi di vederli insieme, ‘la ragazza del treno’ si ritrova suo malgrado ad assistere a qualcosa che manda in frantumi la sua ingenua illusione di un’imperturbabile felicità domestica. Quando poi, pochi giorni dopo, Jess (il cui vero nome è Megan), scompare misteriosamente senza lasciare alcuna traccia, Rachel risulterà essere il solo testimone oculare di un evento che potrebbe rivelarsi cruciale per il proseguimento delle indagini e condurre la polizia al ritrovamento della donna.
Ma ci sarà qualcuno disposto a crederle? Le autorità presteranno fede alle parole di un’alcolista spaventata, spesso confusa ed affetta da continue amnesie?

Il punto di forza del romanzo consiste nella scelta di narrare l’intera vicenda attraverso gli occhi delle tre donne che ne sono protagoniste: Rachel, Megan e Anna. Servendosi di capitoli che si alternano velocemente tra loro e danno voce ora all’una ora all’altra delle ragazze, la Hawkins ci mette a conoscenza delle disavventure, dei timori, delle speranze e delle delusioni di questi singolari e profondi personaggi femminili le cui parole si intrecciano a formare un quadro d’insieme sempre più complesso, intricato ed imprevedibile, che rende difficile per il lettore immaginare le possibili evoluzioni della vicenda e che riesce a mantenere costantemente alta la suspense.                                 Il fatto, poi, che il punto di vista privilegiato sia quello di Rachel, il personaggio apparentemente più inaffidabile, annebbiato e contraddittorio di tutto il romanzo, confonde ulteriormente le carte in tavola e fa sì che diventi ancor più difficoltoso prevedere l’esito delle indagini o identificare il colpevole, mentre realtà e fantasia si mescolano ed i flashback improvvisi si intersecano con i frammentari ricordi che tornano a galla. Ma quali delle immagini che riemergono dal tenebroso buco nero scavato dall’alcool nella mente di Rachel sono veritiere? E quali, invece, sono il semplice frutto della sua immaginazione?
A complicare ulteriormente le cose, si aggiunge il fatto che i pensieri di Megan e quelli di Rachel non vengano posti sullo stesso piano temporale: se Rachel, infatti, ci racconta il suo presente, Megan ci parla da un passato ancora recente, rievocando momento per momento le circostanze che l’hanno condotta verso la scomparsa e rivelando una personalità ben diversa da quella che ‘la ragazza del treno’ aveva immaginato per lei.
Alla terza narratrice, Anna, in effetti non viene concesso molto spazio, e la maggior parte delle sue riflessioni e delle sue preoccupazioni sono rivolte verso l’ossessiva invadenza di Rachel, che spesso telefona a suo marito o compare nelle vicinanze della loro abitazione, infastidendola e facendole temere che quella che lei vede come una pazza squilibrata possa fare del male alla sua bambina.

Il romanzo ha, naturalmente, anche dei punti deboli, il primo dei quali risiede nel fatto che i lunghi capitoli dedicati a Rachel tendono spesso a trasformarsi nella monotona elencazione delle sue disgrazie, in un continuo e patetico piangersi addosso per le immense sfortune di cui è stata vittima senza mai cercare di fare qualcosa di concreto per porvi rimedio che, alla lunga, rischia di stancare il lettore e di appiattire terribilmente un personaggio che, al contrario, potrebbe nascondere una miriade di sfumature diverse.
Il secondo punto debole, a parer mio, risiede nel fatto che la Hawkins non abbia saputo creare dei personaggi femminili forti e determinati, finendo spesso per cadere nella trappola di cliché al limite del sessismo: la vita delle donne ruota attorno all’amore di un uomo e al desiderio frustrato o esaudito di diventare madri. Non a caso Rachel, cui entrambe le cose sono state negate, è quasi impazzita ed ha mandato all’aria tutta la sua vita, perdendo il posto di lavoro e lasciando che ogni cosa andasse alla deriva, come se Tom fosse un perno attorno a cui ruotare, senza il quale non esiste alcuna speranza di poter restare in piedi, come se il fatto di non aver avuto bambini fosse una colpa da espiare, una tragedia che impedisce alla donna di riprendere il controllo della propria esistenza. Anche Megan, seppur in maniera molto diversa rispetto a Rachel, manifesta il disperato bisogno di avere accanto una figura maschile e vive un rapporto molto controverso con la maternità. Infine c’è Anna, che ha lasciato il suo lavoro, un lavoro che le piaceva e che spesso le manca, per dedicarsi a tempo pieno alla sua bambina e a suo marito, al suo piccolo nido familiare che è diventato il centro del suo mondo.
Il terzo punto debole è legato al fatto che, specialmente nella parte iniziale del libro, si tenda spesso a confondere tra loro i personaggi di Rachel e Megan, che mostrano una somiglianza di pensiero tale da far pensare che, almeno per quanto riguarda i primi capitoli, la scrittura dell’autrice sia piuttosto carente sul piano della caratterizzazione dei personaggi. Devo dire che, nel mio caso, avendo ‘ascoltato’ il libro, ho avuto meno difficoltà nel distinguere le due voci narranti, in quanto lette da due attrici diverse, ma non nego di aver comunque perso il filo un paio di volte.

Nel complesso, comunque, non mi sento di bocciare questo romanzo perché, a mio parere, ha raggiunto l’obbiettivo che si prefiggeva: intrattenere per qualche giorno i lettori, tenendoli incollati alle pagine e spingendoli a superare anche i capitoli più monotoni in nome del desiderio di arrivare alla fine e conoscere finalmente la verità. Il finale mi è sembrato tutt’altro che scontato, ma confesso di non essere un’avida lettrice di libri thriller, per cui ciò che a me è sembrato sorprendente e del tutto inaspettato potrebbe risultare assolutamente prevedibile per chi sia più addentro alle ‘regole’ di questo genere letterario. Sicuramente non si tratta di un capolavoro e ho trovato quantomeno iperbolica l’affermazione di Stephen King secondo il quale La ragazza del treno lo avrebbe tenuto sveglio tutta la notte (diciamoci la verità, ci vorrà ben altro per tener sveglio il Re del brivido).

Tuttavia, mi sento di consigliare questa lettura a tutti coloro che abbiano voglia di leggere un buon libro che li coinvolga e li tenga con il fiato sospeso fino alle ultime pagine.

Il curioso caso di Benjamin Button 

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“Il curioso caso di Benjamin Button”, edito da Donzelli.

Il libro di cui voglio parlarvi oggi è Il curioso caso di Benjamin Button (Donzelli, 2009), opera del grande Francis Scott Fitzgerald che, dopo aver scritto questo brevissimo racconto nel 1921 per la rivista Collier’s, decise in un secondo momento di inserirlo nella raccolta Racconti dell’età del jazz del 1922.

Ispirato da un’osservazione di Mark Twain, che riteneva un peccato il fatto che la parte migliore della vita venisse all’inizio e la peggiore alla fine, Fitzgerald provò ad immaginare quale avrebbe potuto essere il destino di un uomo che, nel mondo che tutti noi conosciamo, avesse avuto in sorte di nascere già vecchio, per poi ringiovanire sempre di più col passare del tempo, contravvenendo così ad ognuna delle millenarie e sconosciute leggi che regolano il naturale scorrere del tempo.

Benjamin, primogenito di un’altolocata famiglia della Baltimora di fine ‘800, viene al mondo nell’estate del 1860. Il padre, Roger  Button, aspetta con ansia il momento in cui potrà finalmente vedere suo figlio (naturalmente, si augura che sia un maschio) ed immagina già di crescerlo e di iscriverlo all’università di Yale, da lui frequentata in gioventù. Quello che il signor Button certamente non immagina, mentre si dirige verso la Clinica privata Maryland per Gentiluomini e Signore, è che l’arrivo di Benjamin abbia destato nell’ordine stupore, disgusto e rabbia nelle infermiere e nel medico che da quarant’anni assiste la sua famiglia, che quasi lo aggredisce accusandolo di aver disonorato la clinica ed averne rovinato la reputazione. Di fronte all’insistenza dell’uomo nel voler sapere cosa sia accaduto e nel voler vedere il suo “bambino”, il personale cede e gli mostra la bizzarra creatura fuoriuscita dal grembo di sua moglie, miracolosamente incolume. Di fronte agli occhi increduli del signor Button non c’è un neonato, avvolto nelle sue candide fasce, ma un vecchietto dell’età apparente di circa ottant’anni, che parla, si lamenta per aver ricevuto solo del misero latte e rifiuta ostinatamente di indossare la copertina con cui è stato maldestramente coperto. Confuso, preoccupato e sconvolto, il neo-papà non ha altra scelta se non quella di portare il figlio con sé, non prima di aver comprato per lui dei vestiti e, dietro sua specifica richiesta, un bastone che lo aiuti a reggersi in piedi. In casa Button, il ‘piccolo’ Benjamin viene trattato esattamente come se fosse un bambino di pochi mesi, per cui il padre si ostina a comprargli vestiti da neonato fatti su misura, a tingergli i capelli di nero, a rasargli accuratamente la barba e a regalargli giocattoli e sonaglini. Naturalmente, l’effetto è grottesco, dal momento che Benjamin è già alto un metro e sessantacinque, esige del cibo solido e gustoso, ama fumare i sigari del signor Button e, a quella dei bambini del vicinato, che i genitori continuano ad invitare nella speranza di spingerlo a socializzare, preferisce la compagnia del vecchio nonno.
Solo all’età di dodici anni, guardandosi allo specchio, il ‘ragazzino’ comincia finalmente a notare qualcosa di diverso nella propria figura:

“I suoi occhi lo stavano ingannando o i suoi capelli, in quella dozzina d’anni di vita, erano diventati da bianchi a grigio-ferro sotto la maschera della tinta? Il reticolo di rughe sulla sua faccia non era forse meno pronunciato? La pelle non era più sana e soda, con addirittura un tocco di rossastro colorito invernale?”

Da questo momento in poi Benjamin inizia a prendere coscienza dello straordinario fenomeno che lo porta, per un bizzarro scherzo del fato, a diventare sempre più giovane e forte con il passare del tempo.

“Quando Benjamin compì diciott’anni era dritto come un uomo di cinquanta, aveva più capelli di color grigio scuro, il passo era fermo, la sua voce aveva smesso di essere rotta e tremula ed era scesa ad un bel tono baritono” 

La vita di Benjamin Button è certamente inconsueta e segue un percorso contrario rispetto a quello che ognuno di noi è costretto ad intraprendere dalla natura, ma non per questo è infelice. Dotato di un innato fiuto per gli affari, Benjamin prende senza alcuna difficoltà le redini dell’azienda di famiglia, la Roger Button & co. ferramenta all’ingrosso, riuscendo addirittura a triplicarne le entrate tra il 1880 e il 1895, anno del pensionamento del padre. Il successo arride a Benjamin anche quando, allo scoppio della guerra Spagnolo-Americana del 1898, decide di arruolarsi nell’esercito, riuscendo addirittura a raggiungere il grado di tenente-colonnello e ad ottenere una medaglia al valore. Persino il suo desiderio di sposare Hildegarde Moncrief, una ragazza giovane e bella conosciuta durante un ballo, viene esaudito quando la donna manifesta la sua volontà di legarsi ad un uomo maturo (Benjamin dimostra allora una cinquantina d’anni), che abbia ormai abbandonato le frivolezze cui si dedicano i trentenni, così superficiali e tediosi.
Naturalmente, anche per Benjamin la vita non è tutta rose e fiori, e spesso il nostro protagonista si ritrova ad affrontare l’incredulità e l’emarginazione da parte di una società che non capisce (e non intende sforzarsi di capire) il senso della sua esistenza fuori dal comune, oltre alle critiche rivoltegli da sua moglie e dal suo stesso figlio Roscoe, che vedono nel suo ringiovanire una sorta di capriccio, una bizzarria, una manifestazione di anticonformismo legata al suo egocentrismo.
Ciononostante, Benjamin riesce sempre a cadere in piedi e a prendersi le sue, seppur tardive, soddisfazioni, ad esempio quando, ormai anziano, ma in apparenza giovanissimo, riesce ad entrare ad Harvard, distinguendosi nello sport, in particolare per la rabbia e la determinazione con cui affronta una partita contro Yale, che molti decenni prima lo aveva scacciato perché, in apparenza, troppo anziano per frequentare un’università.

Ho letto tantissimi pareri negativi su questo breve libro, in larga parte legati al fatto che molti lettori si aspettavano di ritrovare, tra le pagine del racconto, le stesse emozioni e la stessa romantica e sognante atmosfera che caratterizzano il film che ne è stato tratto nel 2008 da David Fincher. Personalmente, credo che il racconto ed il film siano due cose completamente diverse e che il regista abbia scelto di leggere la storia di Benjamin Button in una chiave drammatica ed introspettiva che non appartiene affatto al testo scritto da Fitzgerald. Il curioso caso di Benjamin Button, infatti, non è altro che un divertissement letterario, una favola dai toni surreali e spesso comici, che non si propone di avere una precisa morale, di suscitare profonde riflessioni sul senso della vita o di scandagliare la psicologia del personaggio. Nel racconto di Fitzgerald non ci sono madri morte di parto (sebbene, a rigor di logica, nessuna donna sia in grado di partorire un bambino alto un metro e sessantacinque), non ci sono neonati abbandonati frettolosamente sulle scale e raccolti da caritatevoli donne di colore, non ci sono decennali tormenti amorosi, né orologi progettati da geniali inventori per tentare di riportare indietro il tempo e riabbracciare un figlio perduto. E io credo che vada benissimo così. Leggendo Il curioso caso di Benjamin Button mi sono divertita, ho trovato che la storia fosse trattata con un’incredibile ironia e leggerezza, con l’intento evidente di suscitare nel lettore un sorriso e, perché no, una risata. Gli spunti per impegnative considerazioni sul crudele scorrere del tempo e sull’incomprensione reciproca tra i personaggi sono numerosi, eppure credo che Fitzgerald abbia intenzionalmente scelto di non approfondirli, conscio del fatto che un’analisi intima e dettagliata dei sentimenti del protagonista non sarebbe stata in linea con la scelta di limitarsi a un racconto breve che non ambisce certo a tramutarsi in un romanzo di formazionePersino i turbamenti sperimentati da Benjamin nel constatare che la moglie, ormai invecchiata e stanca, non lo attrae più come un tempo, o la sua rabbia nel venire rifiutato dall’esercito quando, desideroso di arruolarsi per la seconda volta, verrà scambiato per un bambino e, in quanto tale, rispedito a casa in lacrime, si integrano perfettamente nella trama senza appesantirla e vengono immediatamente stemperati da una scena o da un dialogo che riportano il testo alla sua originaria essenza comico-fantastica.

Probabilmente, decidendo di sviluppare la geniale intuizione che dà l’avvio al racconto, l’autore intendeva semplicemente suggerire che la vita, anche se vissuta al contrario, avrebbe dei pro e dei contro e che, se da un lato ci si troverebbe comunque a essere dipendenti e controllati da qualcun altro sia all’inizio che alla fine del percorso, dall’altro sarebbe molto consolatorio immaginare di vivere gli acciacchi e le sofferenze della vecchiaia subito dopo la nascita, per poi affrontare il lavoro, il matrimonio e la gestione della famiglia pieni di tutta l’energia della maturità, finendo per trascorrere la senilità tra le rassicuranti braccia di una balia, totalmente dimentichi di ogni sofferenza e unicamente concentrati sull’urgenza dei bisogni primari. Il fatto che questa particolare condizione riguardi, nel caso specifico, un solo uomo e possa, perciò, rivelarsi frustrante, avvilente e degradante, sembra non interessarlo o non preoccuparlo: il suo compito non è quello di indagare le sfaccettature e le implicazioni psicologiche che questa anomala situazione può nascondere, ma costruire un racconto dalle tinte fiabesche e paradossali che serva ad intrattenere il lettore che sceglie di acquistare la copia di una rivista.

In conclusione, posso dire di non essere rimasta affatto delusa da questo libro e di aver trascorso due piacevolissime ore di lettura in compagnia di un personaggio incredibile, accompagnato da una serie di ‘comparse’ non meno stravaganti. Consiglio la lettura a tutti coloro che non hanno visto il film e a coloro che, pur avendolo già visto, riusciranno a rimanere imparziali e ad accettare di lasciar andare le atmosfere malinconiche per abbandonarsi ad un sorriso.

 

La sovrana lettrice 

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“La sovrana lettrice”, edito da Adelphi.

​L’immagine che tutti noi abbiamo della regina Elisabetta II è quella di un’anziana donna autorevole, compassata, sempre ben vestita, totalmente ligia ai doveri derivanti dal suo delicato ruolo istituzionale, perfettamente fedele ai dettami imposti dall’etichetta e costantemente misurata nei gesti e nelle parole. Il microcosmo che gravita  attorno alle mura di Buckingham Palace, fatto di valletti, ricevimenti, incontri con eminenti ospiti locali o stranieri e summit politici, sembra imporre alla regina un contegno impeccabile ed un totale self control che, in più di un’occasione, le è tornato utile per sedare ed alleggerire la costante pressione mediatica cui lei e gli altri membri della famiglia reale sono sottoposti da decenni. Ma cosa succederebbe se Elisabetta II, per un caso del tutto fortuito, scoprisse che oltre i cancelli del palazzo c’è molto di più? Cosa accadrebbe se scoprisse di essersi persa un intero universo di sensazioni ed emozioni, pur avendo vissuto una vita piena e, per molti versi, straordinaria?

Queste sono le domande cui Alan Bennett prova a dare risposta con il suo La sovrana lettrice (Adelphi, 2007), nel quale l’autore immagina che un giorno la regina, durante la ricerca dei suoi cagnolini che scorrazzano indisciplinati nei cortili del palazzo reale, si imbatta inaspettatamente in un furgone simile a quelli usati per i traslochi, e che scopra con autentico stupore che il pesante automezzo altro non è se non una biblioteca. La biblioteca circolante del distretto di Westminster, come verrà a sapere di lì a poco, fa tappa a Buckingham Palace ogni mercoledì e il signor Hutchings, il suo bibliotecario-conducente, parcheggia puntualmente davanti alle cucine, sia per evitare di dar troppo nell’occhio, sia perché l’unico frequentatore abituale è Norman, un ragazzo dai capelli rossi che in quelle cucine lavora e che, avendo un aspetto non troppo avvenente, non può certamente ambire a far carriera come valletto. La sovrana, dall’alto della sua inattaccabile fedeltà alle norme stabilite dal galateo, non può impedirsi di salire i gradini ed entrare nel furgone stipato di libri, se non altro per scusarsi per il baccano provocato dai cani che non la smettono di abbaiare, lasciando tanto l’autista quanto Norman del tutto sbigottiti nel vederla comparire sulla soglia. La stessa cortesia che le ha imposto di salire a bordo, impone ad Elisabetta II di rispettare quel luogo e di prendere in prestito un libro, chiedendo consiglio al bibliotecario. Il signor Hutchings, questo il nome dell’uomo, le chiede gentilmente cosa le piaccia, per poterla indirizzare verso un volume che incontri i suoi gusti, ma la regina si rende conto di non saper rispondere, di non averci mai pensato veramente. Aveva sempre considerato la lettura come un hobby, e lei non aveva mai avuto tempo per questo genere di cose.

“No, gli hobby implicavano predilezione, e le predilezioni andavano evitate. Prediligere significava anche escludere, quindi lei non prediligeva. Il suo mandato le richiedeva di manifestare interesse, non di provarlo. Inoltre, leggere non era agire e lei era una donna d’azione”

Ciononostante, andarsene a mani vuote sarebbe inconcepibilmente scortese e darebbe al signor Hutchings l’impressione che voglia snobbare il suo lavoro e il suo catalogo, per cui la regina perlustra gli scaffali alla ricerca di un nome noto, individuando un romanzo di Ivy Compton-Burnett, che troverà noioso al limite dell’insopportabile. La settimana successiva, mentre si reca di nuovo alla biblioteca per restituire il libro, Elisabetta è quasi certa di non volerne prendere in prestito un altro, finché l’occhio non le cade su un romanzo di Nancy Mitford, “Inseguendo l’amore”, che la coinvolgerà a tal punto da scatenare in lei un’incontenibile passione per la lettura. L’irreprensibile sovrana, che mai avrebbe trascurato un impegno istituzionale o fatto tardi ad un appuntamento, comincia così a dedicare ogni momento della sua giornata alla lettura e a domandare a chiunque incontri se e cosa sta leggendo, suscitando l’irritazione della corte, dei politici e dei valletti, scontentati soprattutto dall’inarrestabile ascesa sociale compiuta da Norman, diventato prima consigliere personale della regina in ambito letterario, poi factotum ed infine valletto a sua volta, pur non possedendo il giusto physique du role. Sarà la generalizzata ostilità suscitata dal suo nuovo amore per i libri a far sì che la regina impari addirittura ad attrezzarsi per una lettura clandestina, arrivando persino a prediligere i tascabili, che più facilmente trovano spazio nelle tasche degli abiti.

Il mondo dei libri, un mondo fino ad allora quasi del tutto sconosciuto ad Elisabetta e da lei lungamente ignorato, si rivela finalmente in tutta la sua magnificenza, portando gradualmente alla luce emozioni rimaste silenti per troppo tempo e consapevolezze che porteranno la regal lettrice a sviluppare un pensiero sempre più critico nei confronti della realtà e del contesto fatto di regole, convenzioni e gerarchie entro il quale è stata abituata a vivere.

“L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. […] I libri non sono per nulla ossequiosi”

Il potere della lettura è innegabile. Grazie alle parole, i libri scavano dentro di noi, nella nostra mente e nella nostra anima, ponendoci di fronte ad aspetti della nostra personalità che avevamo sepolto e dimenticato o trasformando il nostro modo di vedere, liberando i nostri occhi da quella patina di conformismo che spesso li oscura. Un potere così grande, com’è ovvio, fa paura. Fa paura una regina che prende consapevolezza della vastità del mondo e della quantità di esperienze che si è persa e non potrà mai più recuperare, fa paura una regina che sviluppa empatia, interesse verso il prossimo, curiosità verso ciò che la circonda, fa paura il fatto che la lettura possa assorbire un sovrano al punto da distrarlo dagli impegni di governo. La paura porta i membri della corte a stigmatizzare la lettura, arrivando addirittura a giocare dei brutti scherzi ad Elisabetta, nella speranza di dissuaderla dal leggere, ma una paura di tipo molto diverso germoglia nel cuore della regina stessa, la paura di aver smarrito se stessa.

“Dovendo rispondere alla domanda se la lettura le avesse arricchito la vita, avrebbe risposto di sì, salvo aggiungere con altrettanta certezza che l’aveva anche vuotata di qualsiasi scopo. In passato era stata una donna risoluta che conosceva i suoi doveri e intendeva compierli fin quando possibile […] Leggere non era agire, quello era il problema. Anche a ottant’anni, lei era una donna d’azione”

E quale potrebbe essere il miglior compromesso tra il leggere e l’agire? Quale potrebbe essere l’attività che riesca a coniugare le due cose in un connubio perfetto? La scrittura, naturalmente. Si comincia con degli appunti a margine di un testo, piccoli frammenti di pensieri sparsi scarabocchiati su carta, per arrivare…dove arriverà la nostra sovrana lettrice?

Ho trovato questo libro veramente delizioso, un piccolo gioiello di appena 95 pagine infarcito di ironia e di un meraviglioso humour inglese che mi hanno fatto amare la scrittura di Alan Bennett benché, lo ammetto, mi fossi imbattuta in questo romanzo del tutto casualmente e non conoscessi affatto il suo autore. Il ritratto della regina che vien fuori dal racconto di Bennett è quello di una donna intelligente, spigliata, interessata a ciò che non conosce, divertente e capace di andare oltre i ristretti orizzonti entro i quali la sua corte vorrebbe rinchiuderla. Veramente adorabili sono i suoi tentativi di fare conversazione parlando di libri con dignitari e ministri palesemente imbarazzati, così come esilaranti sono i suoi battibecchi in carrozza col marito Filippo. La lettura di questo breve romanzo si porta via un paio di piacevolissime ore, strappando al lettore più di qualche risata e risultando quasi un inno alla bellezza dei libri, irresistibili richiami per il lettore appassionato che, come tutti noi ben sappiamo, vorrebbe avere a disposizione delle  giornate di 48 ore per poter leggere di più.

“Stava anche scoprendo che un libro tira l’altro; ovunque si voltava si aprivano nuove porte e le giornate erano sempre troppo corte per leggere quanto avrebbe voluto”

Sarei curiosa di sapere se la regina sia a conoscenza dell’esistenza di questo breve romanzo e se l’abbia mai letto perché sono certa che, se anche possedesse solo la metà dell’ironia e dell’intelletto del suo alter ego letterario, lo amerebbe anche lei. Consigliatissimo!

Seta 

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“Seta”, edito da BUR.

Cento pagine. Appena cento pagine. Tanto è bastato ad uno scrittore del calibro di Alessandro Baricco per regalarci un piccolo gioiello, una piccola perla narrativa delicata ed impalpabile almeno quanto il nome che porta: Seta (Bur, 1999).
E, proprio come la seta, le pagine di questo romanzo breve o racconto lungo scorrono leggere e sinuose tra le mani di un lettore sempre più avido di conoscere il prosieguo della storia e, al tempo stesso, desideroso di assaporare con lentezza ognuna delle parole scelte e calibrate con studiata maestria dall’autore per rispondere in modo perfetto alla sua volontà di costruire una seducente narrazione al limite del fiabesco, impregnata della magia e del fascino emanati da una cultura millenaria e sconosciuta.

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L’uomo è Hervé Joncour, trentadue anni, sposato con Hélène. La coppia vive nel piccolo paesino di Lavilledieu, nel sud della Francia, e riesce a sopravvivere grazie alla bizzarra professione che Hervé esercita ormai da otto anni: per vivere, il nostro protagonista compra e vende bachi da seta.
I progetti che, un tempo, suo padre aveva avuto per lui, erano ben lontani dal mondo della compravendita di animaletti produttori di tessuti pregiati: suo figlio, un militare, avrebbe svolto una brillante carriera nell’esercito e non un lavoro che, ai suoi occhi, appariva quasi femminile. Il destino, però, aveva altri programmi ed uno stravagante complice davvero molto persuasivo. Un giorno, infatti, il bizzarro ed indecifrabile Baldabieu, proprietario di sette filande in paese, si era convinto che Hervé Joncour, allora sottotenente di fanteria in licenza, fosse proprio la persona giusta per recarsi in Egitto e recuperare delle uova di baco da seta che non fossero state contaminate dalle prime epidemie che cominciavano a colpire l’Europa, minacciando seriamente l’attività delle filande che, in fin dei conti, davano sostentamento all’intera Lavilledieu. Era il 1853 e, da allora, Hervé non aveva più smesso di viaggiare avanti e indietro dai paesi dell’Africa su commissione di Baldabieu, cercando sempre di tornare in tempo per la Messa Grande della prima domenica di Aprile.

Il ragazzo non aveva grandi ambizioni, né la determinazione necessaria per appoggiare un progetto qualsiasi o opporsi ad esso, perciò aveva accettato di buon grado la sua nuova professione, che gli consentiva di vivere più che dignitosamente insieme alla sua amata Hélène. La prospettiva, peraltro alquanto verosimile, di arricchirsi mediante la compravendita dei bachi, lo lasciava piuttosto indifferente, poiché il suo temperamento lo induceva a lasciarsi cullare dagli eventi, ad assistere al fluire placido della sua esistenza senza mai afferrarne con decisione le redini.

“Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria ogni ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia”

La vera svolta, per Hervè e per la narrazione, arriva nel 1861, anno in cui è ambientata la vicenda, quando Baldabieu gli comunica che l’unica soluzione per salvare le filande, ormai devastate dall’insorgere di epidemie sempre nuove giunte a colpire anche l’Africa, sarebbe quella di recarsi in Giappone, uno dei pochissimi paesi rimasti immuni. All’epoca il Giappone era quasi un altro mondo, del tutto inaccessibile agli stranieri per secoli e da pochissimo apertosi ai contatti con i mercanti provenienti dai paesi europei, ai quali era consentito l’accesso unicamente tramite due dei numerosi porti situati nel Nord del paese. I giapponesi, oltretutto, avevano accettato con malcelata rassegnazione la necessità di vendere la loro preziosa e ricercatissima seta, ma non avevano ancora mai voluto vendere le uova di baco ai numerosi europei presentatisi alle loro porte.

“Quell’isola è piena di bachi. E un’isola in cui per duecento anni non è riuscito ad arrivare un mercante cinese o un assicuratore inglese è un’isola in cui nessuna malattia arriverà mai”

Anche stavolta, nonostante la lunghissima distanza da percorrere ed i mille potenziali pericoli da affrontare, Hervé non si tira indietro di fronte alla richiesta, fattagli da Baldabieu, di partire immediatamente ed attraversare la frontiera nipponica.
Il viaggio del protagonista è riassunto nel giro di poche righe, eppure una sola manciata di parole è sufficiente per farci immaginare alla perfezione gli spostamenti, i cambiamenti di rotta, le lunghe camminate lungo i tortuosi percorsi tracciati tra un paesino e l’altro dalle strette stradine della provincia giapponese. Una volta arrivato a destinazione, Hervé viene convocato al palazzo reale da Hara Kei, imponente e affascinante personaggio che si presenta senza portare alcun segno tangibile del potere che pure promana spontaneamente dalla sua persona, non fosse per la presenza , al suo fianco, di una ragazza che, mollemente adagiata sul pavimento, appoggia la testa sulle sue ginocchia.
Hervé sa bene che le uova di baco da lui ricevute in uno sperduto paesino di collina, e da lui pagate con dell’oro falso, sono semplici uova di pesce. Hervé sa bene anche che dovrà giocare al meglio le sue carte affinché Hara Kei capisca di avere di fronte un uomo scaltro, che conosce la sua professione e che non si lascerà ingannare facilmente. Eppure, mentre riferisce tutto ciò che sa ad Hara Kei, mentre lo mette al corrente della sua vita, mentre contratta con lui guadagnando il suo rispetto, Hervé non riesce ad impedirsi di fissare la fanciulla cui il suo potente ospite accarezza delicatamente i capelli, come se fossero il manto di una bestia rara e sfuggente.
Il suo volto da ragazzina, i suoi grandi occhi scuri dal taglio stranamente non orientale e la sinuosità delle sue movenze, si imprimono a fuoco nell’anima e nel cuore del protagonista, che torna in Francia con un meraviglioso vestito da regalare ad Hélène e la mente occupata da un nuovo ammaliante pensiero fisso.

Definire Seta come una semplice storia d’amore sarebbe riduttivo, eppure l’amore riempie di sé questo breve romanzo nel quale Baricco, servendosi di due straordinari ed intensi personaggi femminili, è riuscito a raccontarci le molteplici sfumature che il sentimento più forte che l’uomo sia in grado di provare può assumere. Da un lato abbiamo l’amore coniugale, reale, vissuto e ormai così consolidato da venir dato per scontato: questo tipo di amore è incarnato da Hélène, la remissiva, docile Hélène che, come una moderna Penelope, attende fedelmente il ritorno del suo personale Ulisse ed è sempre pronta a riaccoglierlo come se non fosse mai andato via, come se la sua vita non fosse in realtà un perenne oscillare tra momenti di felicità di coppia e momenti di profonda solitudine ed angoscia.
Dall’altro lato abbiamo l’amore immaginato, l’amore del “chissà come sarebbe”, l’amore che si autoalimenta nutrendosi di tutte le fantasie dell’innamorato: questo tipo di amore, eccitante e ancora tutto da scoprire, è incarnato dalla misteriosa e bellissima giapponese col viso da ragazzina e gli occhi dal taglio europeo, il cui corpo flessuoso, avvolto da leggeri drappi di seta, sembra nascondere la promessa di una sconosciuta felicità. Ad una donna del genere, meravigliosa ed impossibile, bastano pochi ideogrammi scarabocchiati su un foglietto per far sì che Hervè perda la testa e desideri solo di tornare da lei, pur sentendo di amare Hélène di un amore sincero e devoto. E proprio Hélène, che silenziosa passeggia quasi inosservata tra le pagine del libro, sarà colei che impartirà ad Hervé una severa lezione d’amore , sarà colei che gli insegnerà fino a che punto una donna innamorata può spingersi per rendere felice il suo uomo, per far sì che lui abbandoni i suoi tormenti, anche se questo significa medicare da sola le proprie ferite e tenerle sepolte in un angolino nascosto del cuore.

Si sa, Baricco è uno scrittore che divide gli animi: o lo si ama o lo si odia. Inizialmente, ammetto di aver avuto qualche difficoltà nell’approcciarmi con il suo stile asciutto, a tratti ripetitivo, che ai miei occhi conferiva ai suoi romanzi e, soprattutto, ai suoi personaggi, poco spessore psicologico ed emotivo. Da qualche mese a questa parte, invece, ho rivalutato questo autore. Ho capito che dietro il suo stile asciutto e scarno era nascosta l’accurata ricerca della parola giusta, di quella sfumatura di significato che regalasse al testo il suo giusto valore, di quel termine che, accostato agli altri, si inserisse alla perfezione nel flusso quasi musicale delle frasi. Ho capito che le ripetizioni, specialmente in questo caso, hanno un po’ la stessa funzione delle formule inserite e reiterate all’interno delle favole o dei racconti trasmessi oralmente, una gradevole aggiunta che consente a Baricco di ottenere una cadenza quasi fiabesca mentre i capitoli si susseguono ed il lettore è trascinato, passo dopo passo, verso l’inaspettato e meraviglioso finale. Ho capito, infine, che in un romanzo come questo non dovevo aspettarmi di trovare accurate descrizioni degli stati d’animo dei protagonisti, o lunghi e complessi monologhi interiori. No, qui ogni cosa è affidata al sottinteso, ogni sentimento passa per uno sguardo, per il gesto delicato o affrettato di una mano, per la cadenza attribuita ad una seppur brevissima frase.

È con queste consapevolezze alle spalle che va affrontata la lettura di Seta, un breve ma intenso viaggio verso l’oriente fatto di sensazioni che vi avvolgeranno, di profumi che vi sembrerà quasi di poter sentire, di tessuti che desidererete di poter sfiorare, di sentimenti universali e antichi almeno quanto l’uomo che, però, non smettono mai di intrigare e sorprendere.