La cena 

Oggi vi racconto La cena di Herman Koch, edito da Beat Edizioni. Questo romanzo, inquietante e drammaticamente attuale (o forse inquietante PERCHÉ drammaticamente attuale) nasconde dietro l’apparenza di una trama semplice, e neanche troppo originale, la profondità di una riflessione a 360° sulla società di oggi. 

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“La cena” di Herman Koch, edito da Beat Edizioni

Paul e Serge Lohman sono fratelli, ma non potrebbero essere più diversi. Serge è un uomo pieno di sé, interamente concentrato sulla propria promettente carriera politica, appagato dalle piccole cortesie che la gente gli riserva in virtù della sua posizione. Il tavolo migliore del locale, il vino più pregiato, sorrisi e timide richieste da parte di chi vorrebbe una foto con lui, ma teme di infastidirlo. Babette, la sua bella moglie, ha tacitamente accettato di tramutarsi nell’ombra di quel marito invadente, sempre pronto ad appropriarsi dei riflettori. 

Eppure certe volte mi veniva da pensare […] che Babette avesse accettato a tavolino di vivere accanto a un politico di successo […] Come con un brutto libro, quando si è ormai superata la metà si arriva alla fine, anche controvoglia. Nello stesso modo Babette era rimasta accanto a Serge: magari si salvava nel finale. 

Paul, al contrario del fratello, è un uomo insicuro, che cova un fortissimo risentimento nei confronti del brillante Serge, e ambisce a distinguersi da lui nel costruire una “famiglia felice” (non a caso, una delle sue prime riflessioni include la citazione del celeberrimo incipit di Anna Karenina) insieme alla sua Claire e al figlio Michel, di sedici anni. Claire è la luce dei suoi occhi: una compagna che sa essere paziente, comprensiva, furba e brillante, senza che alcuna di queste qualità la spinga mai a far mostra di ritenersi superiore a qualcuno, men che mai al marito. 

La cena organizzata da Serge in un raffinato ristorante, cui Paul e consorte partecipano controvoglia, sognando una serata casalinga e tranquilla, procede tra chiacchiere superficiali sull’ultimo film di Woody Allen, commenti ironici sulle qualità di Serge come sommelier e progetti per le vacanze. In sottofondo, però, regna una tensione che i quattro commensali non riescono a nascondere e che li accompagna dall’antipasto al dolce. Qual è la ragione di tanta angoscia? I due figli coetanei di Serge e Paul, quei figli che erano il loro orgoglio e la loro speranza per il futuro, hanno commesso un atto di cieca violenza uccidendo una barbona, colpevole di aver impedito loro l’accesso alla cabina di un Bancomat con il suo misero sacco a pelo. Il tutto è stato registrato con un cellulare, e l’agghiacciante ripresa adesso circola su internet e sulle principali reti televisive. I volti dei ragazzi non si vedono, ma non è improbabile che presto qualcuno capisca che si tratta di loro. 

Ciò che ci si aspetterebbe, di fronte a una situazione del genere, è di ritrovarsi a leggere le strazianti riflessioni di quattro genitori alle prese con un difficile dilemma morale: denunciare l’accaduto, farsi odiare dai propri figli pur di salvarne la vita, o coprirli per sempre, rischiando che non riescano mai a cogliere davvero la gravità della cosa. Al contrario, quella a cui assistiamo è una scena che sembra tratta dal teatro dell’assurdo. La cena prosegue tra i silenzi, i non detti e gli scoppi di pianto di Babette. A tenere insieme le fila della narrazione sono i pensieri di Paul, che alterna considerazioni sul presente a flashback perfettamente inseriti tra un discorso e l’altro, tra una portata e l’altra, a mostrare luci ed ombre di quelle che sembrano due perfette famiglie olandesi. 

Incredibilmente, attraverso la voce di Paul, ci rendiamo gradualmente conto del fatto che proprio Serge, il politico senza scrupoli pronto a tutto per ottenere la sua prestigiosa poltrona, è l’unico che rinuncerebbe a tutti i suoi sacrifici per salvaguardare l’integrità morale del figlio, l’unico a preoccuparsi delle ripercussioni psicologiche che un atto del genere potrebbe avere sul giovane Rick. Attorno a lui, una moglie che non riesce a prendere posizione, un fratello debole e insicuro che si colpevolizza per il cattivo esempio dato al figlio, una cognata decisa a difendere a spada tratta il suo Michel, a costo di mistificare completamente la realtà. 

A raccontare tutto questo, un autore totalmente super partes, che non lascia trasparire la sua voce né la sua opinione in merito all’accaduto. Sembra quasi che Koch non voglia esporsi, suggerire che un approccio sia migliore dell’altro, far credere di avere delle risposte. Il libro costringe il lettore a fare i conti unicamente con la propria coscienza, ad “ascoltare” i pensieri di Paul e costruirne di nuovi, a crearsi un punto di vista sulla vicenda. Nel mio caso, l’angoscia e il fastidio non hanno fatto che crescere capitolo dopo capitolo, insieme al desiderio di scuotere i protagonisti, di urlare loro “Avanti! Fate qualcosa!”. 

Questo romanzo mi ha catturata dall’inizio alla fine ed è riuscito a suscitare tutte le sfumature della mia emotività, dalla tristezza alla rabbia, dall’incredulità all’indignazione, dalla disapprovazione alla rassegnazione. Un libro che riesce a fare tutto questo, è senza alcun dubbio un grande libro, per cui non posso far altro che consigliarvelo e invitarvi a farmi sapere cosa ne pensate. 

Diario di un killer sentimentale

Oggi vi parlerò di Diario di un killer sentimentale, breve racconto di Luis Sepulveda edito da Guanda. In appena 73 pagine, mescolando cinismo, ironia e suspense come fossero gli ingredienti di un buon dolce, il grande scrittore cileno ci regala una storia al limite del paradossale, dal ritmo incalzante e dalle tinte noir.

Copertina "Diario di un killer sentimentale"
“Diario di un killer sentimentale” di Luis Sepulveda, edito da Guanda

Il protagonista del romanzo svolge un lavoro quantomeno insolito: si tratta, infatti, di un killer professionista. L’uomo riceve i suoi numerosi e remunerativi incarichi da un misterioso committente, che lo chiama al telefono, ma che non ha mai incontrato.

Riconobbi la voce dell’uomo degli incarichi, un tizio che non ho mai visto né voglio vedere, perché così funzionano le cose tra professionisti, ma che, dopo averne sentito la voce, potrei riconoscere tra mille. 

L'”uomo degli incarichi” fa in modo che il suo sicario riceva periodicamente delle buste, all’interno delle quali troverà le foto che ritraggono la sua vittima designata, immortalata in uno scatto affinché lui possa memorizzare ogni singolo dettaglio di quel volto. Al killer non devono servire altre informazioni, non deve farsi domande e non deve conoscere le motivazioni che spingono il suo “datore di lavoro” a voler eliminare la persona ritratta in foto. Il suo coinvolgimento dev’essere minimo, perché un professionista serio non mischia mai il lavoro con le emozioni.
Eppure, da quando una donna è entrata nella vita del nostro protagonista, qualcosa in lui ha cominciato a cambiare. Perché adesso, mentre osserva i lineamenti del suo prossimo bersaglio, si ritrova a chiedersi chi sia quell’uomo? Cos’è quella nuova e malsana curiosità che lo porta a provare fastidio per il modo del tutto impersonale in cui la faccenda dell’omicidio viene gestita dal suo boss invisibile?
Forse l’amore, che per la prima volta fa affiorare in lui il sogno di una casa in Bretagna, di una spiaggia e di giornate trascorse in compagnia della sua “gran figa francese”, che gli avrebbe recitato poesie per lui incomprensibili, ma rese perfette dal fatto di essere pronunciate dalla sua bocca, lo ha cambiato più di quanto pensi.
I sogni, però, non sempre si avverano, e quando la sua donna lo abbandona annunciandogli, con un telegrafico messaggio via fax, di aver trovato l’amore in Messico durante un viaggio che lui stesso le aveva regalato per tenerla lontana dai guai, il killer sentimentale cerca di rimanere a galla sulle onde della sua atipica vita fluttuando sulle zattere offerte dal cinismo e dalla disillusione. Ma la lontananza della sua donna lo condurrà verso una serie di imperdonabili errori lavorativi, dalle conseguenze decisamente inaspettate…

A un lettore superficiale, questo breve racconto potrebbe apparire come un’apologia del distacco e della freddezza, un invito a separare la sfera professionale da quella amorosa e a non farsi mai coinvolgere troppo dalle persone che ci circondano, pena la dolorosa perdita di tutto ciò che si è faticosamente costruito fino a quel momento.

Un professionista vive solo, e per dar sollievo al corpo il mondo offre un’ampia scelta di puttane.

Queste sono le parole che il protagonista usa per raccontarsi durante il lungo dialogo che intrattiene con sé stesso e con i lettori attraverso le pagine di un diario che ripercorre le tappe dei suoi ultimi sette giorni da killer professionista. Sono parole apparentemente. prive di calore, le parole di un uomo che vive solo per eseguire degli ordini, incapace di provare sentimenti. Dietro le parole, però, si cela la sofferenza per un amore perduto, per una vita a malapena immaginata e già spazzata via da un laconico messaggio.
Dietro la definizione di “gran figa francese”, dietro il termine “incarico” che usa per indicare gli uomini contro i quali un giorno punterà una pistola, dietro il suo continuo rivolgersi alla propria immagine riflessa nello specchio, quasi gli fosse talmente estranea da costituire una personalità a sé stante, possiamo intravedere tutta la difficoltà di un uomo che non riesce più a concedersi una debolezza e che, per esorcizzarla, si costruisce attorno una fragile corazza.
Non a caso, solo dopo un’anonima notte di sesso trascorsa con una giovane Lolita parigina il protagonista troverà il coraggio di esprimere quei sentimenti che lo stanno consumando, sapendo che nessuno potrà ascoltare ciò che ha da dire.

Si addormentò abbracciata al mio petto, e allora le parlai chiamandola col nome della mia donna. Le dissi che la perdonavo, che dopo aver portato a termine il mio ultimo incarico l’avrei cercata in Messico e saremmo tornati insieme per vivere vicino al mare e lontano dalla morte.

Diario di un killer sentimentale è un libro che si legge tutto d’un fiato e che, anche se forse non brilla per imprevedibilità e colpi di scena, regala al lettore la piacevole sensazione di accompagnare il bizzarro protagonista in un viaggio lungo le strade di un amore illuso, deluso, arrabbiato, pronto a perdonare, certo, ma anche a chiedere vendetta. Leggetelo, non ve ne pentirete.

 

 

 

 

Il caso Diana

Oggi vi parlerò di un romanzo che mi è capitato tra le mani per puro caso, ma che mi ha colpita e scossa moltissimo. Sto parlando de Il caso Diana di Alexandre SeuratCodice Edizioni. Avevo preso l’ebook di questo libro mesi fa, approfittando di una promozione e senza avere la minima idea della trama e dei contenuti, attratta come spesso mi succede dalla bellezza della copertina. Ecco perché non mi aspettavo assolutamente che le novanta pagine de Il caso Diana potessero segnarmi così profondamente e lasciarmi così tanta amarezza in fondo al cuore.

Copertina de
“Il caso Diana” di Alexandre Seraut, Codice Edizioni

Diana è una bambina di soli otto anni, che porta il nome di una principessa tanto bella quanto sfortunata. La piccola è il frutto di una gravidanza indesiderata, di un pancione vissuto come “un’escrescenza insopportabile” da una donna che decide di abbandonarla subito dopo la nascita, nonostante le proteste della nonna, disposta a prendersi cura del nascituro come fosse suo. Solo quando il tempo (un mese) che la madre ha a disposizione per cambiare idea sta per scadere, la donna sceglie di riprendere la piccola con sé. Quando anche il padre di Diana fa la sua ricomparsa, i tre sembrano destinati a formare una nuova piccola famiglia felice, tanto più che la madre della piccola è riuscita persino a ottenere l’affidamento del primo figlio, Arthur, nato pochi anni prima e fino ad allora vissuto con il suo ex compagno. Inizialmente, la coppia mantiene sporadici rapporti con la nonna e la zia materne, almeno fino al giorno in cui entrambe cominciano a esprimere qualche perplessità sul leggero ritardo mentale e fisico che sembra affliggere la piccola, nonché sulla severità delle punizioni riservate alla bambina da parte di entrambi i genitori. Sempre più evasivi e sfuggenti, i due decideranno a quel punto di effettuare il primo di una serie di traslochi che servirà loro a sviare l’attenzione della gente dal comportamento di Diana e da quegli strani segni che fin troppo  spesso riporta sul corpo. “Sono caduta”, si giustifica la piccola di fronte alle domande della sua prima maestra, e frasi come “Sono così goffa”o “Ho litigato con mio fratello” diventano per lei una sorta di litania da ripetere sempre sorridendo, memorizzando con esattezza la scusa utilizzata per ogni singolo livido, ferita o escoriazione. In questo modo, la sua versione coinciderà sempre con quella data dai genitori, che nel frattempo hanno avuto altri due bambini e mettono in scena la perfetta imitazione di una famiglia impeccabile e serena.
La piccola Diana, intanto, continua a sorridere, a cercare affetto negli adulti, a difendere quei genitori cui, nonostante tutto, vuole bene e che vede come punti di riferimento. Ma una bambina non voluta, accolta controvoglia all’interno di un nucleo familiare di cui fa geneticamente parte, ma che non fa che escluderla, può in effetti dire di avere dei genitori? E il suo leggero handicap, la forma del viso più gonfia del normale, gli occhi stretti simili a quelli di chi è affetto dalla Sindrome di Down, sono in effetti dovuti a un problema di salute congenito o sono forse il risultato di anni di abusi e di maltrattamenti?

Alexandre Seurat ricostruisce la storia della piccola Diana fin dal giorno della sua nascita, lasciando che a parlare siano i protagonisti della vicenda: la nonna, la zia, il fratello, la maestra, il medico. Ognuno di loro viene definito solo in relazione al ruolo che ha assunto, seppur per un breve periodo, nei confronti della piccola vittima. Ognuno di loro, quasi come fosse chiamato a deporre di fronte a un’ipotetica giuria, cerca di definire il suo grado di responsabilità, si colpevolizza pensando che avrebbe potuto fare di più o si auto-assolve raccontando a se stesso di aver fatto il possibile per la bambina.
Fin dall’inizio, il lettore viene catapultato al centro di un vortice di voci, sospetti, indagini e false piste all’interno del quale ciò che appare evidente a tutti, ciò che ormai tutti sanno, rimane comunque indimostrato e indimostrabile grazie all’abilità dei genitori e della stessa Diana che, senza esserne consapevole, non fa che sostenere i propri aguzzini confermandone le bugie. Ogni volta che uno dei protagonisti (una maestra, un medico, un assistente sociale) rischia di avvicinarsi troppo alla realtà dei fatti e convoca i genitori della bambina per un confronto, l’intera famiglia trasloca adducendo a motivazione le necessità lavorative del padre, in un continuo vagabondare che confonde le tracce e complica le indagini.
Tutto prosegue immutato, fino al giorno in cui a scuola il banco di Diana resta vuoto: della piccola si sono perse le tracce e i manifesti che la ritraggono tappezzano i muri della città.

Non c’è pietismo, non c’è la ricerca di una lacrima facile nel libro di Seurat. I fatti sono raccontati in modo più o meno asciutto, a secondo del tono e dello stile che lo scrittore sceglie di adottare per ciascuno dei personaggi coinvolti.
Ricostruendo le vicende a posteriori, come se ognuno dei dettagli rivelati dalle persone coinvolte andasse a incastrarsi insieme agli altri tra le tessere di un ideale puzzle, alla mente del lettore non possono non affacciarsi le domande che tutti, almeno una volta, ci siamo posti di fronte alla notizia della scomparsa di un bambino maltrattato. Com’è possibile che nessuno si sia accorto di niente? Eppure i segni erano lì, lampanti, davanti agli occhi di tutti! Lampanti, certo, ma la giustizia spesso si arena sui cavilli legali, i medici procedono molto, troppo, cautamente e gli assistenti sociali esitano nel giudicare colpevoli i genitori, ancor più se la famiglia sembra così a modo… Una famiglia a modo che nasconde l’orrore, la violenza e la sopraffazione sotto il velo di una studiata cortesia e di sorrisi aperti e gentili. I mostri non sempre hanno l’aspetto di pervertiti non integrati nella società, che aspettano i bambini fuori dalla scuola offrendo loro un dolcetto o un giocattolo. No, a volte i mostri si mimetizzano benissimo in mezzo a noi, agiscono alla luce del sole e risultano comunque insospettabili.

Quando ho girato l’ultima pagina del romanzo ero emotivamente molto provata, perché so che cose come queste accadono davvero e che nel mondo ci sono state tante piccole Diana, scomparse o uccise per mano di un membro della loro stessa famiglia. Facendo qualche ricerca su Internet, però, ho scoperto che Diana non è un personaggio d’invenzione. Seurat, infatti, si è ispirato, neanche troppo liberamente, alla storia della piccola Marina Sabatier, una bimba di otto anni ritrovata morta nel 2009 in un container, dentro un deposito cui avevano accesso solo i dipendenti dell’azienda di trasporti per la quale lavorava il padre, subito posto in stato di fermo e che ne aveva denunciato la scomparsa poche ore prima. La vicenda di Marina è agghiacciante. Picchiata, maltrattata, rinchiusa, punita in modi atroci per colpe inesistenti, la sua brevissima vita è stata un susseguirsi di sofferenze che ha avuto fine solo con la morte, giunta per mano di chi le aveva dato la vita. Nonostante tutto, però, Marina sorrideva, amava i suoi genitori, li difendeva persino davanti all’indifendibile. Pare che le sue ultime parole, pronunciate prima di essere rinchiusa nello stanzino dove sarebbe morta a causa delle percosse appena ricevute, siano state “Bonne nuit, maman, a demain” (“Buonanotte, mammina, a domani”).

Di fronte a storie come queste è letteralmente impossibile restare impassibili, così come è impossibile dare giudizi. Posso soltanto dire che Seurat è riuscito a comunicarmi tutta l’angoscia e la preoccupazione per le sorti della bambina in un crescendo di tensione amplificatore dalla pluralità delle voci parlanti. Il fatto che né Diana, né i suoi genitori prendano mai la parola direttamente, inoltre, mi è sembrata una scelta vincente, poiché pone il lettore nella stessa posizione di chi, maestra o medico che sia, si ritrova a essere impotente e non può far altro che constatare la situazione e cercare di trarne delle deduzioni. 

Lettura consigliata, dunque, ma a chi sia emotivamente pronto ad affrontarne le conseguenze. 

 

Il giro del miele

Titolo del libro "Il giro del miele".
Il giro del miele
“Il giro del miele” di Sandro Campani, edito da Einaudi

Il romanzo di cui voglio parlarvi oggi è Il giro del miele di Sandro Campani, edito da Einaudi, un libro che mi ha colpita moltissimo e mi ha permesso di innamorarmi della prosa di un grande narratore, maestro indiscusso nella creazione dei dialoghi e nell’arte di restituire una voce unica e inconfondibile ad ognuno dei suoi personaggi.

È ormai tarda sera quando Davide, del tutto inaspettatamente, decide di bussare alla porta di Giampiero. I due non si vedono da anni, e le loro vite hanno ormai preso direzioni decisamente diverse, ma l’iniziale imbarazzo viene ben presto cancellato da una bottiglia di grappa. Bicchiere dopo bicchiere, seduti al tavolo del salotto di Giampiero, lui e Davide si confrontano e fanno i conti con il loro passato, mentre fuori il vento soffia senza sosta e nella stanza le ombre danzano sui muri illuminati dalla fioca luce del camino.
Una notte che sembra durare un’eternità fa da sfondo al dialogo a due voci, magistralmente costruito come fosse una scena teatrale, grazie al quale prende forma la storia di due famiglie. Da un lato, infatti, ci viene raccontata la giovinezza di Davide, un ragazzino timido, sofferente a causa della morte della madre e del distacco emotivo del padre Uliano, che gli impedisce di prender parte all’attività di famiglia: la falegnameria. Dall’altro, invece, abbiamo Giampiero, che proprio da Uliano verrà scelto come apprendista e socio e che vedrà crescere il piccolo Davide, considerandolo un po’ come il figlio che lui e il suo grande amore, l’Ida, non hanno mai potuto avere.

Anche Davide ha vissuto un grande amore, che lo ossessiona e lo tormenta fin da quando era solo un ragazzino: l’amore per la Silvia. Contro ogni sua più rosea previsione,  anche la Silvia si era innamorata di quell’omone alto, robusto, con la faccia pulita, nel quale intravedeva una risposta al suo bisogno di essere protetta, di sentirsi al sicuro. I primi anni del loro matrimonio erano stati simili a una favola ma, si sa, non tutte le favole sono destinate a un lieto fine. Dopo diversi fallimentari tentativi lavorativi, tra i quali spicca quello di diventare apicoltore (da cui il titolo del romanzo), Davide si era convinto a lavorare come buttafuori in una discoteca, lavoro che alla moglie non andava a genio e che le mostrerà tutti i lati più negativi del carattere dell’uomo che credeva di conoscere, mentre l’insoddisfazione e la solitudine si insinueranno strisciando nelle sue giornate. Il matrimonio si sgretola giorno dopo dopo giorno, di fronte agli sguardi impotenti dei due sposi che hanno già capito di essersi persi, e che si separeranno in seguito a un irreparabile errore di Davide. Di questo errore, del quale ancora non sappiamo nulla, l’uomo vuole fare ammenda, anche se sono passati dieci anni, anche se la Silvia ha un altro marito e un figlio e il massimo che lui possa fare è cercare di farle avere notizie tramite Giampiero. Se Davide si porta addosso le cicatrici emotive degli errori commessi, Giampiero convive con una cicatrice fisica che gli ha deturpato una mano, segno evidente delle proprie colpe e del più grande sbaglio commesso nella sua vita.

Se le ferite si possono guarire, le cicatrici sono marchi indelebili. La storia non si può cambiare, né cancellare. È possibile, però, lenire il dolore che esse provocano se almeno una parte di questo dolore viene condiviso con qualcuno che ci vuole bene. È proprio per questo che Davide, dopo dieci anni, torna a cercare il conforto di Giampiero, il quale in fondo, pur non avendone piena coscienza, necessita almeno altrettanto di un’assoluzione da parte sua. Ma davvero basterà mettere tutte le carte sul tavolo e aprirsi all’altro senza più alcun filtro per riuscire a cambiare e rimettere ogni tassello al proprio posto? È possibile anzi, in termini assoluti, che un uomo cambi? Non lo sapremo mai, perché il romanzo si conclude con un finale totalmente aperto, che non lascia spazio a facili giudizi. Certo, è possibile che Davide sia davvero cambiato e che l’aver sfogato la frustrazione per qualcosa che è stato e non sarà mai più lo possa aiutare ad andare avanti, com’è possibile che l’aver ritrovato il “figlioccio” perduto e l’aver confessato le sue colpe possa indirizzare Giampiero verso una serena vecchiaia priva di rimorsi. Queste, però, sono solo congetture, dal momento che Campani, volutamente, non ci offre alcuna soluzione di comodoalcun antidoto alla disillusione. Rimane aperta soltanto la porta della speranza. E chissà che la lince, questo strano ed evanescente animale, più volte evocato all’interno del libro, non rappresenti proprio l’immagine, sfuggente ed enigmatica, del futuro e delle sue incognite.

Stupore e tremori

“Il signor Haneda era il capo del signor Omochi, che era il capo del signor Saito, che era il capo dalla signorina Mori, che era il mio capo. E io non ero il capo di nessuno”

Con queste parole, Amélie Nothomb dà inizio al suo “Stupore e tremori“, brevissimo romanzo edito da Voland nel 2001, incentrato sulla breve esperienza lavorativa svolta dalla Nothomb presso un’importante azienda giapponese.

La storia personale dell’autrice, certamente alquanto singolare, fa sì che anche la sua scrittura e il suo modo di osservare il mondo le piccole cose quotidiane appaia sempre caratterizzato da una sensazione di straniamento e da uno sguardo che si pone al confine tra l’onirico e il fantastico. Figlia di un diplomatico, costantemente in viaggio da un paese all’altro, la Nothomb deve avere imparato a sentirsi cittadina del mondo e, al contempo, a sentirsi estranea ad ogni luogo. Probabilmente per questo motivo sceglie quasi sempre di utilizzare il personaggio chiaramente autobiografico di Amélie, romanzando intere parti della sua esistenza come se questo potesse servire a capirle meglio, per il solo fatto di riuscire a distaccarsene e a guardarle da un punto di vista esterno. Nata in Belgio, la scrittrice ha trascorso parte della sua infanzia in Giappone (paese che conosce al punto da poter affermare di essere totalmente bilingue e di parlare “Le franponais”, ossia di considerare come una totalità indistinta le due lingue) per poi spostarsi in Cina, Bangladesh ed Europa.

Stupore e tremori
“Stupore e tremori”, edito da Voland.

In “Stupore e tremori”, la giovane Amélie è appena stata assunta come interprete presso l’azienda da lei ribattezzata Yumimoto (“le cose dell’arco”) in onore del suo diretto superiore, la signorina Fubuki, che le appare sottile e alta come un arco, nonché dotata di una bellezza capace di rasentare la perfezione.

Non tutte le giapponesi sono belle. Ma quando una è bella, le altre devono reggersi forte

Fin dal primo istante, Amélie fa di quella straordinaria bellezza un idolo da venerare, vivendo nell’attesa che da quelle labbra disegnate fioriscano comandi e indicazioni.
Per la protagonista, tornata in Giappone per riscoprire le sue origini e rivivere i meravigliosi ricordi della sua infanzia, avere la possibilità di inserirsi in un ambiente come quello della Yumimoto e, per di più, di farlo sotto la guida di un angelo nipponico come Fubuki, sembra quasi la realizzazione di un sogno.
La realtà, però, sarà molto meno idilliaca. Il rapporto con la signorina Mori, infatti, si trasformerà ben presto in un crescendo di rimproveri, umiliazioni e incomprensioni. Amélie passerà dall’essere totalmente ignorata, quasi come fosse parte dell’arredamento, all’essere costretta ad occuparsi di argomenti a lei totalmente estranei, come la contabilità. Naturalmente, questo non potrà che produrre risultati disastrosi e, di conseguenza, un continuo e degradante demansionamento che renderà la permanenza alla Yumimoto una sorta di gara di resistenza, uno strenuo tentativo di arrivare alla scadenza del contratto annuale senza cedere.
Le difficoltà incontrate dalla protagonista, se in gran parte dipendono dal carattere algido e costantemente risentito della sua stupenda aguzzina, dall’altro sono legate alle enormi differenze tra la cultura occidentale e una cultura nipponica che da millenni si basa su pratiche consolidate e su rituali ben definiti e assolutamente irrinunciabili.

Il romanzo, pertanto, non offre al lettore soltanto uno spaccato su un periodo in particolare della vita di Amélie, ma si configura anche come un’approfondito trattato sulla cultura giapponese, sulle ferree regole che governano i rapporti gerarchici e quelli con i collaboratori e gli ospiti occidentali all’interno di aziende che diventano vere e proprie ragioni di vita per una società che ha fatto del lavoro il perno attorno al quale ruotano intere esistenze. Soprattutto, però, la Nothomb ci regala un’angosciante quanto accurata disamina del ruolo della donna in un paese che da lei pretende l’impossibile.
Una donna nipponica deve essere bella, ma non trarre piacere dalla propria bellezza; deve sposarsi prima dei venticinque anni con un uomo che non ama; deve essere sobria nel vestire e costringere i suoi lunghi capelli in acconciature severe e decorose; deve simulare sentimenti che non prova e sacrificarsi sempre per gli altri; deve lavorare duramente, ma riuscire a essere moglie e madre impeccabile. L’unica alternativa concepibile a una vita del genere? Il suicidio.

“Pensa alla tua reputazione postuma. Se ti suicidi, sarà splendente e sarà l’orgoglio dei tuoi parenti. Avrai un posto di riguardo nella tomba di famiglia: è la speranza più grande che un essere umano possa nutrire”

La donna giapponese non ha il diritto di sognare, di nutrire speranze, di immaginare, a meno che non sia stata male educata. Non suicidarsi, scegliere di restare in vita, è un atto coraggioso, un atto di resistenza contro un destino crudele e iniquo.
E proprio perché sa bene che questo terribile retaggio educativo è all’origine del contegno impassibile e del carattere irascibile di Fubuki, Amélie non smette mai di ammirarla e di compatirla per la riprovazione di cui, essendo ancora nubile a ventinove anni, doveva essere oggetto in famiglia. Anche quando la signorina Mori sarà ormai per lei soltanto fonte di ansia e disapprovazione, continuerà a rivolgersi a lei con “stupore e tremore“, con l’atteggiamento che, nell’antico protocollo imperiale, i sudditi dovevano adottare nei confronti dell’Imperatore.
Amélie ci racconta così una cultura che, rispetto alla nostra, appare ancora incomprensibile e lontanissima, ancorata a rigidi dogmi e precetti. Allo stesso tempo, però, lei stessa si fa interprete del nipponico senso di totale abnegazione al lavoro, ostinandosi a restare in azienda fino alla scadenza del contratto anche quando ormai la sua mansione principale consiste nell’occuparsi della pulizia dei bagni.
Persino nei bagni, infatti, c’è una finestra, e:

“La finestra era la frontiera tra la luce orribile e la mirabile oscurità […] Finché esisteranno finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà”

Come sempre, vi consiglio la lettura di questo e degli altri romanzi di Amélie Nothomb, che penso sia un’autrice straordinaria (anche se, ve lo anticipo, un po’ eccentrica). Fatemi sapere cosa ne pensate!

L’arminuta – Idea Libro

“L’Arminuta”, edito da Einaudi.

“Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità
e oggi davvero ignoro che cosa sia una madre.
Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza”

Oggi vi lascio il link alla mia recensione (pubblicata da Idea Libro) de “L’Arminuta” di Donatella di Pietrantonio, edito da Einaudi. Non mi capitava da tempo di innamorarmi così di un romanzo scritto da un autore italiano, ma “L’Arminuta” mi ha letteralmente folgorata. L’autrice, poi, è stata per me una vera scoperta, con il suo stile limpido, incisivo ed evocativo.

“L’Arminuta” è un piccolo capolavoro, una perla narrativa delicata e toccante, assolutamente da non perdere!

http://www.idealibro.com/larminuta-donatella-pietrantonio/

Gli anni al contrario | Recensione 

Una mia foto de
“Gli anni al contrario”, edito da Einaudi.

“Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario. Parole uguali, significati diversi. Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire e tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi […] Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario”

Messina, 1977. Aurora è ancora una ragazzina, ma ogni forma di svago e di libertà le è preclusa dall’opprimente figura paterna, il “fascistissimo” Silini, direttore del carcere locale. La sua unica speranza è quella di riuscire a eccellere nello studio, così da poter fuggire da un orizzonte familiare che ormai le sta stretto. Giovanni, invece, è l’ultimo figlio dell’avvocato Santatorre, fieramente comunista e convinto che tutti i suoi discendenti debbano seguire le sue impronte. Tutti, sì, tranne Giovanni che, ribelle e anticonformista com’è, è già difficile da gestire senza che sia necessario farsi troppe aspettative sul suo futuro.
Aurora e Giovanni si incontreranno quasi per caso all’università e le loro vite saranno sconvolte dalla nascita di un amore tanto inaspettato quanto travolgente.
L’amore, però, non è la risposta a tutte le domande, e sarà il destino a insegnare ad Aurora  e Giovanni che anche il sentimento più intenso deve fare i conti con una realtà che non sempre si rivela all’altezza della fantasia.

Gli anni al contrario è un romanzo breve,  opera d’esordio della scrittrice messinese (ormai romana d’adozione) Nadia Terranova e pubblicato da Einaudi nel 2015. L’autrice ci racconta del primo incontro tra Giovanni, studente assai poco promettente e in difficoltà con gli esami, e Aurora, brillante studentessa con il massimo dei voti, che per arrotondare dà ripetizioni ai suoi colleghi. E Galeotta sarà proprio una lezione privata di filosofia, dalla quale avrà inizio una storia d’amore incapace di rispettare le convenzioni e le tempistiche tradizionali. Pochi mesi dopo il loro primo appuntamento, infatti, i due giovani decideranno di sposarsi e il matrimonio sarà subito seguito dall’arrivo di una bimba, Mara.
Naturalmente, Giovanni e Aurora non sono in grado di provvedere economicamente alla piccola e, presi come sono dalle loro lotte idealistiche e dagli ambiziosi progetti politici, si affidano completamente ai genitori affinché coprano loro le spalle. L’idillio amoroso e la felicità coniugale vissuta nella loro “casa in miniatura”, però,  avranno vita breve. Mentre Aurora, infatti, si dà da fare per concludere gli studi, trovare lavoro e ottenere un avanzamento di carriera, Giovanni continua a ragionare come un ragazzino, a inseguire ideologie ormai superate e a sentirsi prigioniero di un’esistenza che credeva di desiderare, ma che invece lo soffoca.
Giorno dopo giorno, Mara passa dall’essere il frutto di un sentimento incontrollabile al diventare l’unico collante capace di tenere insieme i cocci di una vita familiare che va in frantumi, sotto i colpi dei litigi, delle separazioni, dei ritorni, dei rimpianti, dei rimorsi. Quelli di Mara sono gli unici pensieri davvero innocenti che ci è dato di ritrovare nel romanzo; il suo amore incondizionato per un padre che si perde tra sterili lotte politiche, fughe, donne e droghe, è senza alcun dubbio l’aspetto più commovente di tutta la storia.

Gli anni al contrario mi ha incuriosita e piacevolmente intrattenuta per qualche ora, ma non posso dire che mi abbia entusiasmato del tutto. 144 pagine, a mio parere, non sono sufficienti per raccontare una storia lunga dodici anni, soprattutto se questa storia si intreccia con vicende storico-politiche di una certa rilevanza e introduce tematiche forti come il dramma della dipendenza dalle droghe o la tragica incidenza di una malattia devastante come l’AIDS.
La Terranova non fa che mettere continuamente  carne al fuoco, senza dare ai suoi lettori il tempo di approfondire la psicologia di personaggi che spesso sembrano appena abbozzati, di affezionarsi a loro e, soprattutto, di costruire una riflessione intorno agli argomenti più spinosi e dolorosi che emergono nel corso del romanzo. Il lettore, perciò, si ritrova a essere freneticamente trascinato dagli eventi senza avere il tempo di assimilarli e comprenderli per davvero.

Ciononostante, l’autrice scrive bene, la storia è godibile e, pertanto, mi sento di consigliare questo libro a chi cercasse una lettura non troppo impegnativa e, al contempo, non troppo banale e scontata.

Le nostre anime di notte 

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“Le nostre anime di notte”, edito da NN Editore.

Non è mai facile per me recensire un romanzo di Kent Haruf. La contea di Holt e i suoi abitanti, cosi straordinari nella loro ordinarietà, riescono sempre a  colpirmi e commuovermi al punto da non saper bene come descrivere quello che ho provato durante la lettura.

Le nostre anime di notte è la degna e meravigliosa conclusione di un lungo viaggio, un viaggio che mi ha fatto innamorare di Holt, di un luogo immaginario eppure talmente reale da farmi già percepire la sua mancanza come se lo avessi veramente visitato, come se tra i tanti personaggi che popolano le sue strade ed incarnano un’umanità smarrita e sofferente ci fosse un posticino anche per me.

Le nostre anime di notte è un romanzo delicato come la neve e intimo come un lento e, proprio come un lento, in un certo senso prende avvio da un invito a danzare insieme. Convenzionalmente, si sa, è l’uomo a farsi avanti attraversando una sala gremita di persone per proporre a una donna di ballare, ma in questo caso accade l’esatto contrario. Sarà infatti l’anziana vedova  Addie Moore ad attraversare il breve tratto di Cedar Street che separa la sua casa da quella di Louis Waters, vedovo anche lui, e a fargli una proposta alquanto bizzarra:

Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire con me

Sulle prime, naturalmente, Louis rimane interdetto e quasi si convince di aver sentito male, di aver equivocato le parole di Addie che, con disarmante semplicità, aggiunge:

Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.


Due solitudini
, due vite rese incolori dall’implacabile scorrere del tempo e ravvivate solo dall’occasionale visita di un figlio o di un nipote, si incontrano e timidamente si avvicinano fino a toccarsi. Le luci tornano ad accendersi sulla veranda della casa di Addie Moore, mentre lei porge un bicchiere a Louis e insieme sorseggiano del vino bianco, cercando di rompere il ghiaccio e iniziare a conoscersi. E la luce torna ad accendersi anche nella camera da letto di Addie, dove lei e Louis siedono impacciati su un letto che per la prima volta si trovano a condividere, stando ben attenti a non sfiorarsi, misurando attentamente ogni parola. Louis fugge via al sopraggiungere dell’alba, deciso a rincasare prima che qualcuno possa vederlo lì, sul patio di casa di Addie Moore, e pensare che tra loro ci sia stato qualcosa di più di una semplice conversazione notturna.
Holt è pur sempre un piccolo paese, la gente mormora e nessuno vede di buon occhio una relazione nata tra due persone non più giovani, che nell’immaginario comune dovrebbero accontentarsi dei ricordi accumulati nel corso di una vita intera e aspettare pazientemente che la loro progenie possa dedicare loro un po’ di tempo. Addie, però, è stanca dei luoghi comuni. Lei intravede in Louis una nuova occasione per essere felice ed è decisa ad affrontare anche le maldicenze in nome di un sentimento che non ha limiti anagrafici e si scopre nell’intreccio di due mani che, notte dopo notte, cominciano a cercarsi e finiscono per stringersi.


Le nostre anime di notte
è un romanzo dolcissimo, un gioiello narrativo nato dalla dolorosa consapevolezza dell’autore di essere prossimo alla morte. Il libro vuole essere una sorta di commiato dalla sua amata Holt, da quel luogo che esisteva solo nella sua mente, ma che lui sentiva come casa sua, cosa che rendeva evidente ripetendo spesso “i’m stuck in Holt”. Non è un caso che il libro cominci in medias res, con una congiunzione che ci dà l’impressione di non aver mai lasciato davvero la città:

E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio

Ma Le nostre anime di notte è molto più di questo. Cathy Haruf, vedova dello scrittore, ha raccontato che l’idea del romanzo è nata proprio dal rapporto tra lei e il marito, così uniti da tenersi ancora per mano durante la notte dopo quasi vent’anni passati insieme, parlando di tutto e raccontandosi ogni particolare della giornata appena giunta al termine. Il libro è quindi anche, o soprattutto, una meravigliosa dichiarazione d’amore che Haruf intendeva portare a termine a ogni costo, modificando persino i suoi ritmi di lavoro, solitamente lunghissimi, per riuscire a scrivere un capitolo al giorno.
A mio parere, se avete amato la Trilogia della pianura, non potete proprio farvi mancare Le nostre anime di notte, un dolceamaro inno all’amore e alla gioia che sa celarsi dietro alle piccole cose e ai gesti più semplici, un romanzo nel quale la tenerezza di un sonno e di un risveglio condivisi può bastare a far rimarginare le ferite provocate da anni di sofferenze e di mancanze.

La vegetariana 

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“La vegetariana”, edito da Adelphi.

Finalmente, dopo settimane di attesa, riesco a parlarvi del libro vincitore dell’International Man Booker Prize 2016, ovvero l’acclamatissimo
La vegetariana di Han Kang.

Comincio col dirvi che il titolo (fedele traduzione dell’originale) è quantomeno fuorviante: se pensate di trovarvi di fronte ad un testo che parli di come diventare vegetariani o della dieta vegetariana in generale, siete completamente fuori strada. La protagonista del romanzo, Yeong-hye, in effetti decide di diventare vegetariana, anzi quasi vegana, ma non lo fa per ragioni ideologiche, per amore verso gli animali o sulla spinta di una qualche convinzione politica. La donna, semplicemente, fa un sogno (di cui in effetti non conosceremo mai l’esatto contenuto) che la scuote a tal punto da farle decidere di smettere di mangiare carne nel giro di una notte e le fa provare disgusto alla sola vista di tutte le tipologie di cibo che la contengano.  I familiari che circondano Yeong-hye, in particolare il padre, che si comporta in modo violento e dispotico con la figlia fin dalla più tenera infanzia, e il marito che la considera poco più che un oggetto ornamentale, rimangono sgomenti di fronte alla sua determinazione nel rifiutare ostinatamente qualsiasi cibo di origine animale e cercano di forzarla a tornare sui suoi passi.

Yeong-hye, però, non può più far finta di niente, non può semplicemente riprendere a mangiare come faceva prima dell’incubo che le ha sconvolto l’esistenza, perché la sua, in fondo, non vuole essere una ribellione contro la dieta onnivora, ma una ribellione verso la sua condizione di donna rigidamente  controllata e maltrattata dagli uomini della famiglia in una Corea fortemente maschilista che la vede come un oggetto, nonché una protesta contro la vita umana in generale, fatta di ritmi ed imposizioni che non la rendono naturale come dovrebbe essere. Non è un caso, quindi, che la donna passi dal vegetarianesimo al rigetto verso la convenzione sociale che impone di coprire la propria nudità e, infine, al desiderio di nutrirsi solo di luce ed acqua, come fosse una pianta che necessita di rinascere e, al contempo, di riappropriarsi di un rapporto con il mondo che non sia più mediato dalla società e dalle sue regole.

Naturalmente, questa è solo una delle tantissime possibili interpretazioni che si possono dare di una storia che la stessa autrice definisce volutamente incompiuta, poiché “i libri non devono spiegare tutto, mi piace lasciare uno spazio vuoto al centro delle mie storie”.
Ma da cosa deriva e come viene realizzato, dal punto di vista narrativo, questo spazio vuoto? Come mai non siamo in grado, alla fine della lettura, di delineare un quadro chiaro della situazione e di essere certi di quali siano le risposte alle nostre innumerevoli domande? La risposta è semplice: Han Kang ha scelto di adottare uno stile di scrittura originale almeno quanto la struttura del suo romanzo, facendo in modo che la protagonista non prenda mai la parola in prima persona, ma che venga costantemente raccontata dall’esterno, attraverso gli occhi di tre personaggi chiave.

Nel primo capitolo, La vegetariana, a prendere la parola è il marito di Yeong-hye (unico narratore interno) che, da uomo cinico e inetto qual è, sembra accorgersi dell’esistenza della moglie in quanto essere senziente solo quando viene a conoscenza della sua inaspettata decisione

“Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno  […] La personalità passiva di quella donna in cui non intravedevo né freschezza né fascino, e nemmeno una singolare raffinatezza, faceva perfettamente al caso mio”

Evidentemente privo di qualsiasi inclinazione all’empatia e alla comprensione, l’uomo si limita a provare vergogna per i ‘capricci’ della moglie e per le urla e le proteste di Yeong-hye di fronte al tentativo, messo in atto dal padre, di costringerla ad inghiottire un boccone di carne durante una cena, che spingerà la ragazza al gesto estremo di tentare il suicidio davanti ai familiari sconvolti. Considerando i gesti e le reazioni di Yeong-hye come chiari segni di pazzia, e limitandosi a guardare al suo vegetarianesimo da un punto di vista meramente alimentare, il marito non ci offre alcuna seria chiave di lettura, limitandosi a porsi domande e a rimpiangere la donna taciturna, l’amante accondiscendente anche se distaccata e, soprattutto, l’ottima cuoca che aveva sposato.

Il secondo capitolo, La macchia mongolica,  dà voce, attraverso un narratore esterno, ai pensieri del cognato della protagonista, sposato con sua sorella In-hye. L’uomo, artista ‘visuale ’ di professione, vede nella scelta di Yeong-hye, che nel frattempo ha cominciato a rifiutare tutto il cibo che non sia verdura o frutta e a diventare sempre più insofferente verso l’uso dei vestiti, un qualcosa di affascinante, di misterioso e di estremamente eccitante. Per questo motivo, con la scusa di andare a trovare la cognata per verificarne lo stato psicofisico, le proporrà di posare per lui, immaginandola come un essere silenzioso, la cui esistenza si è ridotta all’essenziale ed il cui corpo è in perfetta comunione con la natura e gli appare in sogno ricoperto di fiori da lui stesso dipinti sulla sua pelle pallida. Anche il cognato, dunque, ci dà una visione soltanto parziale dei pensieri e delle idee che attraversano la mente di Yeong-hye, che idealizza e legge in una chiave metafisica che, nonostante tutto, è quella che forse più di tutte si avvicina alla verità dei fatti.

“Quello che aveva davanti era il corpo di una bella ragazza, convenzionalmente oggetto di desiderio, eppure era un corpo dal quale era stato eliminato ogni desiderio […] Ciò a cui la cognata aveva rinunciato, o così sembrava, era piuttosto la vita stessa che il suo corpo rappresentava”

Il terzo ed ultimo capitolo, Fiamme verdi, dà invece risalto, sempre attraverso un narratore esterno, al punto di vista di In-hye. La saggia, pacata, responsabile In-hye che non comprende il comportamento della sorella, che nel frattempo ha distrutto anche la sua famiglia e tutto ciò che negli anni aveva costruito, ma che continua ad assisterla anche durante il ricovero in un ospedale psichiatrico, con una diagnosi di ‘anoressia e schizofrenia’ che mal si concilia con i ricordi d’infanzia da lei gelosamente conservati e che teme derivi dalle violenze e dalle angherie subite da Yeong-hye nel corso degli anni.
In definitiva, dall’unione di tre sguardi che si interrogano sul mistero di Yeong-hye, non deriva alcuna visione d’insieme, alcuna risposta, alcuna conferma. Tocca al lettore, dunque, riempire il vuoto, farsi un’idea, trovare una coerenza, se una coerenza esiste, nel comportamento di Yeong-hye.

La vegetariana, a mio parere, merita il successo che ha riscosso. Personalmente ho apprezzato il fatto che lo stile dell’autrice fosse più “europeo” che orientale, ovvero meno incline a perdersi nell’onirico e nel fantastico rispetto ad autori come Haruki Murakami. Il linguaggio semplice, lineare, eppure ricco di profondità e di contenuti è, secondo me, uno dei punti di forza di questo libro.
Unico punto debole, forse, è la scelta di introdurre soltanto nel primo capitolo dei paragrafi, messi in evidenza dell’uso del corsivo, in cui è la protagonista a parlare in prima persona  (e sarà la sola ed unica volta in cui questo accadrà), evocando scene e visioni tratte dell’incubo che l’ha sconvolta e che appare in effetti abbastanza banale a livello contenutistico ed iconografico. Inoltre, se questo espediente fosse stato mantenuto anche nei successivi due capitoli, probabilmente il romanzo ne avrebbe avrebbe guadagnato in termini di coerenza testuale interna.

Nonostante questa piccola ‘critica’ mi sento assolutamente di consigliare questa lettura a tutti gli estimatori della buona letteratura, quella vera, quella che lascia il segno, che pone quesiti e che invita alla riflessione.

 

La custode di mia sorella 

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“La custode di mia sorella”, edito da Corbaccio.

Oggi vi parlerò di un romanzo sicuramente non facile e che, soprattutto se nella vita vi siete ritrovati vostro malgrado ad affrontare un certo tipo di esperienze, sicuramente vi emozionerà, vi turberà, riaprirà delle ferite e ne rimarginerà altre, vi farà riflettere e vi coinvolgerà tanto da non riuscire a metterlo giù finché non sarete arrivati al doloroso e bellissimo capitolo finale. Sto parlando di La custode di mia sorella (Corbaccio, 2009) di Jodi Picoult, acclamato best seller da cui è stato tratto l’omonimo film del 2009 che vede protagoniste Cameron Diaz ed una giovanissima Abigail Breslin.

La trama: Anna Fitzgerald ha tredici anni e il suo unico desiderio è quello di poter vivere una vita normale, una vita che assomigli a quella dei suoi compagni di scuola e, in generale, a quella dei suoi coetanei, spensierati e proiettati verso un futuro costellato di sogni da realizzare. A lei non è concesso sognare, lei non ha la possibilità di farsi degli amici, di programmare un viaggio, di ambire ad un prestigioso college che la porti lontano dalla cittadina in cui vive con i genitori e i due fratelli. La nascita di Anna, infatti, non è avvenuta per caso e non è stata attesa da Sara e Brian Fitzgerald con la trepidazione e la gioia che solitamente accompagnano una coppia per tutta la durata della gravidanza. L’intero patrimonio genetico della ragazzina è il frutto di un attento studio e di una pianificata strategia che i suoi genitori, insieme al loro medico, hanno messo in atto affinché la piccola, concepita in vitro, potesse essere compatibile al cento per cento con la sorella maggiore Kate, alla quale è stata diagnosticata una leucemia promielocitica acuta alla tenera età di due anni e che, per questo, avrà costantemente bisogno di donazioni per riuscire a prolungare quella che si preannuncia come una vita breve e tormentata. Anna, sottoposta fin da subito a prelievi, interventi ed esami particolarmente invasivi, non si è mai lamentata ed ha sempre accettato il suo ruolo di “custode” ed ombra dell’amatissima sorella Kate. Giunta alle soglie della pubertà, tuttavia, la ragazzina comincia a soffrire di questa situazione, che la fa sentire invisibile, ignorata, come se la sua esistenza acquistasse un senso solo in relazione alla sorella, il cui benessere (e, per estensione, quello dell’intera famiglia) dipende interamente da lei. Quando le viene imposto di sottoporsi ad un delicato intervento al fine di donare un rene a Kate, Anna è costretta a prendere una decisione dolorosa, ma necessaria: avvalendosi dell’aiuto dell’avvocato Campbell Alexander, intenterà una causa contro i suoi genitori per ottenere l’emancipazione medica, recuperando così il completo controllo del proprio corpo.

Non avevo mai letto nulla di Jodi Picoult, per cui quando ho iniziato questo romanzo non sapevo davvero cosa aspettarmi. Pagina dopo pagina, ho scoperto una scrittrice dall’enorme sensibilità, capace di regalare una personalità ed un carattere ben definiti ai suoi personaggi e di raccontare con straordinaria chiarezza i sentimenti, i 8, le scelte e i ripensamenti  di ognuno di loro. La protagonista assoluta della vicenda è, almeno in apparenza, la piccola Anna. In realtà, però, il romanzo presenta una struttura corale ed i capitoli si alternano dando voce ora all’una ora all’altra delle principali figure che gravitano attorno alla tragedia si consuma all’interno della famiglia Fitzgerald. È così che noi lettori possiamo “entrare” nella mente del bizzarro avvocato perennemente accompagnato da un cane guida pur non essendo cieco, della tutrice ad litem di Anna, Julia, che in passato era stata una sua fiamma, del vigile del fuoco Brian Fitzgerald che si rifugia nel lavoro per sfuggire al suo dolore, di Kate che soffre per la sua condizione e perché sente di essere diventata un peso per la sua famiglia, di Jesse, unico figlio maschio dei Fitzgerald la cui vita sembra andare completamente a rotoli e che si perde dietro l’alcool, le droghe e i furti.

Tra le tante voci che ci ritroviamo ad ascoltare, spiccano naturalmente quella di Anna e quella di sua madre, Sara Fitzgerald, talmente infuriata per la decisione presa dalla figlia e talmente concentrata sulla necessità impellente di salvare Kate da decidere di rappresentarsi da sola in tribunale, rispolverando gli studi di giurisprudenza ed esercitando per la prima volta il mestiere di avvocato. Sara è una donna che ha visto crollare tutto il suo mondo nell’esatto istante in cui alla sua bambina, la sua piccola e bellissima Kate, è stato diagnosticato un male destinato a logorarne il fisico e a causarne la morte nel giro di pochissimi anni. Kate ha già raggiunto un’età (sedici anni) che andava oltre le più rosee aspettative, e il merito è tutto di Anna, che le ha sempre donato quel sangue e quel midollo di cui ha bisogno per combattere contro il mostro che la sta consumando, per cui Sara non è disposta a lasciare che la figlia minore decida volontariamente di smettere di essere una donatrice e di lasciar morire la sorella. La Picoult dipinge il ritratto di una madre disperata, di una madre che ha rinunciato a tutto affinché ogni suo gesto, ogni sua scelta, ogni suo respiro potesse ruotare attorno a Kate e prolungare anche solo di un mese la vita della bambina. Sara, tuttavia, non è un personaggio statico, ma si evolve nel corso del libro. All’inizio del romanzo ci si presenta come una donna piuttosto fredda, rassegnata all’idea di aver “perso” il primogenito Jesse, che ha smesso di seguire molti anni prima, totalmente focalizzata sulle necessità di Kate e persino cinica nella sua decisione di mettere al mondo un bambino al solo fine di trasformarlo nell’ancora di salvezza di Kate.

Benché sia ormai al nono mese, benché abbia avuto tutto il tempo possibile per abbandonarmi ai sogni, non ho mai preso in considerazione questa bambina in quanto tale. Ho pensato a questa figlia soltanto per quello che potrà fare per l’altra mia figlia […] Eppure, non per questo sogno meno sul suo futuro: ho addirittura in mente di fare di lei la salvatrice di sua sorella


Nel corso della narrazione, tuttavia, Sara scopre che quella bambina è un essere pensante, che si sente sola, che entrare ed uscire dagli ospedali le pesa, che sente dolore, che soffre per la potenziale perdita di quella sorella che per lei è anche l’unica amica, ma soffre anche perché il suo corpo le sembra ormai solo un oggetto maneggiato da mani adulte che decidono, volta per volta, cosa fare di lei. Nei capitoli a lei dedicati scopriamo una Sara che, gradualmente, si rende conto di aver trascurato la sua figlia minore pur amandola, di aver abbandonato il figlio Jesse al suo destino quando forse le sue trasgressioni rappresentavano soltanto una richiesta di attenzione, di aver dimenticato che un matrimonio non può fondarsi unicamente sullo scambio di bollettini medici e sui consulti con gli specialisti.

Talvolta la vita finisce per impantanarsi talmente nelle piccole cose, che ci si dimentica di viverla. C’è sempre un altro appuntamento da rispettare, un altro conto da pagare, un altro sintomo che si presenta, un’altra giornata senza che accada nulla da segnare con una tacca sul muro. Abbiamo sincronizzato i nostri orologi, studiato i nostri calendari, siamo esistiti per pochi minuti e abbiamo completamente dimenticato di fare un passo indietro e vedere i risultati che abbiamo ottenuto


Anna
, dal canto suo, è una ragazzina molto, forse troppo matura per i suoi tredici anni, che vuole solo ottenere il diritto di scegliere se e quando fare da donatrice, senza essere costretta a rinunciare sempre alle feste, agli amici, alle sue amate partite di Hockey. Per di più, donare un rene a Kate significherebbe andare incontro a problemi di salute, oltre che a complicanze durante un’eventuale gravidanza, e non poter più praticare alcuno sport che preveda possibili impatti con altri ragazzi. Tutte le sue speranze e le sue ambizioni, che agli occhi di sua madre passano in secondo piano rispetto alla concretezza delle esigenze di Kate, rischiano di andare in frantumi prima ancora che lei possa anche solo pensare di realizzarle. Al tempo stesso Anna adora Kate, vuole continuare ad essere sua sorella, vuole che la loro vita proceda di pari passo, e per questo i suoi pensieri oscillano tra la determinazione e l’indecisione, tra la consapevolezza di dover decidere per sé ed il senso di colpa nel prendere coscienza del fatto che solo lei è in grado di salvare Kate e sta scegliendo di non farlo, rischiando così di perdere anche l’affetto della madre che, a differenza del padre che la capisce e la sostiene, sembra trovare inconcepibili le sue richieste.

Io […] ero nata con uno scopo ben preciso […] Mi ritrovai a domandarmi, tuttavia, cosa sarebbe accaduto se Kate fosse stata sana […] Sicuramente non avrei fatto parte di quella famiglia. A differenza degli altri esseri liberi, infatti, io non ero nata per caso. E se i vostro genitori vi hanno messo al mondo per una ragione, è meglio che quella ragione continui a esistere, perché se mai se ne andasse, voi fareste la stessa fine


La custode di mia sorella
è un libro struggente, emotivamente devastante. La Picoult ci pone davanti a un interrogativo etico fortissimo: è più giusto tentare di salvare una figlia danneggiandone potenzialmente un’altra o lasciare che la vita faccia il suo corso e che sia solo una delle due a soffrire? Esiste una risposta a questa domanda? L’autrice non intende fornircene una, limitandosi a metterci a conoscenza delle posizioni di tutte le parti in causa, delle loro ragioni e delle loro debolezze, lasciando che ognuno di noi tragga le sue conclusioni e cerchi di immedesimarsi in un dramma familiare che lei conosce molto bene, avendo avuto una figlia gravemente malata.
Lo stile della Picoult, capace di adattarsi ad ognuno dei personaggi coinvolti senza mai scadere nella piattezza o nell’omologazione delle personalità, è trascinante e ci accompagna passo dopo passo tra i mille ostacoli di un processo delicato e complesso, del quale non vediamo l’ora di conoscere il verdetto, pur sapendo bene che sarà doloroso in ogni caso.

La custode di mia sorella è un libro bellissimo, che vi consiglio caldamente di leggere… ma tenete a portata di mano i fazzoletti! 😉