Recensioni · Romanzi

Il giro del miele

Il giro del miele
“Il giro del miele” di Sandro Campani, edito da Einaudi

Il romanzo di cui voglio parlarvi oggi è Il giro del miele di Sandro Campani, edito da Einaudi, un libro che mi ha colpita moltissimo e mi ha permesso di innamorarmi della prosa di un grande narratore, maestro indiscusso nella creazione dei dialoghi e nell’arte di restituire una voce unica e inconfondibile ad ognuno dei suoi personaggi.

È ormai tarda sera quando Davide, del tutto inaspettatamente, decide di bussare alla porta di Giampiero. I due non si vedono da anni, e le loro vite hanno ormai preso direzioni decisamente diverse, ma l’iniziale imbarazzo viene ben presto cancellato da una bottiglia di grappa. Bicchiere dopo bicchiere, seduti al tavolo del salotto di Giampiero, lui e Davide si confrontano e fanno i conti con il loro passato, mentre fuori il vento soffia senza sosta e nella stanza le ombre danzano sui muri illuminati dalla fioca luce del camino.
Una notte che sembra durare un’eternità fa da sfondo al dialogo a due voci, magistralmente costruito come fosse una scena teatrale, grazie al quale prende forma la storia di due famiglie. Da un lato, infatti, ci viene raccontata la giovinezza di Davide, un ragazzino timido, sofferente a causa della morte della madre e del distacco emotivo del padre Uliano, che gli impedisce di prender parte all’attività di famiglia: la falegnameria. Dall’altro, invece, abbiamo Giampiero, che proprio da Uliano verrà scelto come apprendista e socio e che vedrà crescere il piccolo Davide, considerandolo un po’ come il figlio che lui e il suo grande amore, l’Ida, non hanno mai potuto avere.

Anche Davide ha vissuto un grande amore, che lo ossessiona e lo tormenta fin da quando era solo un ragazzino: l’amore per la Silvia. Contro ogni sua più rosea previsione,  anche la Silvia si era innamorata di quell’omone alto, robusto, con la faccia pulita, nel quale intravedeva una risposta al suo bisogno di essere protetta, di sentirsi al sicuro. I primi anni del loro matrimonio erano stati simili a una favola ma, si sa, non tutte le favole sono destinate a un lieto fine. Dopo diversi fallimentari tentativi lavorativi, tra i quali spicca quello di diventare apicoltore (da cui il titolo del romanzo), Davide si era convinto a lavorare come buttafuori in una discoteca, lavoro che alla moglie non andava a genio e che le mostrerà tutti i lati più negativi del carattere dell’uomo che credeva di conoscere, mentre l’insoddisfazione e la solitudine si insinueranno strisciando nelle sue giornate. Il matrimonio si sgretola giorno dopo dopo giorno, di fronte agli sguardi impotenti dei due sposi che hanno già capito di essersi persi, e che si separeranno in seguito a un irreparabile errore di Davide. Di questo errore, del quale ancora non sappiamo nulla, l’uomo vuole fare ammenda, anche se sono passati dieci anni, anche se la Silvia ha un altro marito e un figlio e il massimo che lui possa fare è cercare di farle avere notizie tramite Giampiero. Se Davide si porta addosso le cicatrici emotive degli errori commessi, Giampiero convive con una cicatrice fisica che gli ha deturpato una mano, segno evidente delle proprie colpe e del più grande sbaglio commesso nella sua vita.

Se le ferite si possono guarire, le cicatrici sono marchi indelebili. La storia non si può cambiare, né cancellare. È possibile, però, lenire il dolore che esse provocano se almeno una parte di questo dolore viene condiviso con qualcuno che ci vuole bene. È proprio per questo che Davide, dopo dieci anni, torna a cercare il conforto di Giampiero, il quale in fondo, pur non avendone piena coscienza, necessita almeno altrettanto di un’assoluzione da parte sua. Ma davvero basterà mettere tutte le carte sul tavolo e aprirsi all’altro senza più alcun filtro per riuscire a cambiare e rimettere ogni tassello al proprio posto? È possibile anzi, in termini assoluti, che un uomo cambi? Non lo sapremo mai, perché il romanzo si conclude con un finale totalmente aperto, che non lascia spazio a facili giudizi. Certo, è possibile che Davide sia davvero cambiato e che l’aver sfogato la frustrazione per qualcosa che è stato e non sarà mai più lo possa aiutare ad andare avanti, com’è possibile che l’aver ritrovato il “figlioccio” perduto e l’aver confessato le sue colpe possa indirizzare Giampiero verso una serena vecchiaia priva di rimorsi. Queste, però, sono solo congetture, dal momento che Campani, volutamente, non ci offre alcuna soluzione di comodoalcun antidoto alla disillusione. Rimane aperta soltanto la porta della speranza. E chissà che la lince, questo strano ed evanescente animale, più volte evocato all’interno del libro, non rappresenti proprio l’immagine, sfuggente ed enigmatica, del futuro e delle sue incognite.

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