Raccolte di racconti

Quella cosa intorno al collo

Copertina di "Quella cosa attorno al collo" di Chimamanda Negozi Adichie, edito da Einaudi.
“Quella cosa intorno al collo” di Chimamanda Ngozi Adichie, edito da Einaudi.

A volte capita che un libro ti colpisca a tal punto da lasciarti senza parole con la sua forza e la sua bellezza. Quando succede una cosa del genere, sai con certezza di aver letto un gran libro e, al tempo stesso, sai con certezza che non riuscirai mai a parlarne con il giusto distacco, perché quel libro, quelle parole, ti sono rimasti impressi sotto la pelle.
Ecco, tutto questo mi è appena successo con “Quella cosa intorno al collo” di Chimamanda Ngozi Adichie, edito quest’anno da Einaudi. La scrittrice non è certo al suo primo lavoro, ma ultimamente è balzata agli onori della cronaca per i suoi scritti sul femminismo e per essere stata citata come modello da artisti di fama internazionale come Beyoncé. Naturalmente, la mia curiosità nei suoi confronti non è stata suscitata dalle canzoni pop, ma dai numerosi elogi a lei rivolti da blogger del cui giudizio mi fido moltissimo, come La Lettrice Rampante e Ilenia Zodiaco.
Come sapete, non sono certamente un’appassionata di racconti, ma quando “inciampo” in raccolte di storie brevi che riescono a catturarmi come e più di un romanzo, allora nasce l’amore. Quando ho preso in prestito “Quella cosa intorno al collo” non sapevo nemmeno che contenesse dei racconti, me ne sono resa conto solo dopo aver cominciato a leggere, e l’amore è nato già dalle primissime pagine.

Le dodici storie che compongono questo libro sono molto intense e riescono nell’arduo compito di risultare toccanti senza per questo mai lasciar spazio al patetismo e all’autocommiserazione. I personaggi di Chimamanda, quasi tutti femminili, sono vittime di un destino più grande e più forte di loro, è vero, ma resistono, si rialzano, affrontano le loro battaglie contro mostri che assumono ora il volto della guerra, ora quello della morte, ora quello della povertà e, talvolta, persino quello di uomini che si rivelano molto diversi da come li avevano immaginati. La Adichie costruisce una galleria di infelicità e resilienze, dentro la quale inserisce le sue Donne, donne tradite, abbandonate, smarrite, impaurite, ma non sconfitte. Donne che cercano conforto negli occhi e nelle mani di altre donne, indipendentemente dalle differenze sociali, razziali o religiose.

Ho amato particolarmente il racconto “Un’esperienza privata”, nel quale Chika, una ragazza di etnia igbo (la stessa cui appartiene l’autrice) e religione cristiana, si ritrova a condividere il piccolo rifugio offerto da un negozio abbandonato con un’altra donna, chiaramente musulmana. Intorno a loro, gli hausa musulmani hanno avviato una sommossa contro gli Igbo, e Chika sa che proprio in quel momento li stanno facendo a pezzi o lapidando, mentre lei se ne sta nascosta lì, insieme a una sconosciuta “nemica”. Probabilmente le due donne non si rivedranno mai più, ma per un istante l’una è per l’altra tutto ciò che le resta, e le differenze economiche, sociali, religiose crollano di fronte alla paura di morire e all’angoscia per i familiari la cui sorte è incerta. Sarà soltanto un momento, però, un’esperienza privata, esattamente come private sono le preghiere che l’ignota musulmana rivolge alla Mecca e che Chika rifiuta di ascoltare per lasciarle un po’ di privacy, mentre strofina involontariamente con le dita il piccolo rosario ad anello che indossa per volere della madre. Passata la tempesta, le due solitudini che si erano coalizzate per difendersi vicendevolmente, torneranno a essere solo due mondi lontani.

“In seguito, Chika avrebbe letto sul <<Guardian>> che i <<reazionari musulmani del Nord, di lingua Hausa, hanno una storia di violenza contro i non musulmani>> e, presa dal suo dolore, si sarebbe dimenticata di aver […] sperimentato la gentilezza di una donna hausa e musulmana”

Non tutte le storie raccontate dalla Adichie sono ambientate in Nigeria, anzi in molti casi emerge prepotentemente il confronto tra la terra di origine dei suoi protagonisti (in particolare, molto presente è la città di Lagos) e gli Stati Uniti, mitizzati come una sorta di terra promessa eppure in grado di essere crudeli e ostili, di far sentire estraneo chi non ne ha sempre fatto parte.
Estranea agli Stati Uniti e, in fondo, alla sua stessa vita e al suo rapporto di coppia è la protagonista di un altro racconto che mi ha colpita molto, “L’imitazione”. Nkem, questo il nome della donna, pensa di essere la persona più fortunata del mondo quando incontra Obiora, un ricco nigeriano che la sposa e la porta con sé in America, dove compra per lei una bella casa e dove nasceranno i loro due figli. Obiora sembra meraviglioso, finché non decide di mantenere una seconda casa a Lagos e finché Nkem, già dalla prima pagina del racconto, non scopre che il marito si fa vivo sempre meno spesso e torna a trovare lei e i bambini solo durante l’estate perché con lui c’è un’altra donna. Una ragazza giovane e bella, con i capelli corti e ricci, che adesso vive in casa sua e dorme nel letto che lei ha condiviso col marito in Nigeria.

“Nkem sospira e si passa la mano tra i capelli. Le sembrano troppo folti, troppo vecchi […] Prende le forbici, quelle che usa per pareggiare i nastri di Adanna, e se le porta alla testa. Solleva ciuffi di capelli e li taglia vicino alla cute, lasciandoli della lunghezza di un’unghia, quel tanto che basta ad arricciarli col ristrutturante”

I personaggi maschili, nella maggior parte dei casi, non vengono ritratti in modo lusinghiero. Oltre al marito fedifrago, infatti, ci vengono presentati uno zio che tenta di molestare la nipote e un insegnante di letteratura che organizza un workshop a Città del Capo e guarda le donne di colore solo al di sotto del viso. L’umiliazione, la costrizione e il senso di soffocamento accompagnano spesso le vite delle loro compagne, figlie, mogli e nipoti, tanto che nel racconto che dà il titolo alla raccolta, la protagonista dà voce ai suoi pensieri più profondi definendo le sue sensazioni come “una cosa intorno al collo”.

“Di notte, qualcosa ti si avvolgeva intorno al collo, qualcosa che per poco non ti soffocava prima che ti addormentassi”

Persino gli uomini animati dalle migliori intenzioni commettono errori, come il marito della protagonista di “Il lunedì della settimana prima” che, per quanto pensi di amare Kamara e di averla resa felice offrendole una vita dignitosa negli Stati Uniti, in realtà risulta del tutto incapace di comprendere il suo desiderio di maternità, di aiutarla a trovare uno scopo nella vita e di farla sentire meno sola.

Chimamanda Ngozi Adichie è una narratrice straordinaria. Il suo stile diretto, crudo e, al tempo stesso, forte e intenso accompagna il lettore dentro dodici piccoli microcosmi del tutto autosufficienti, perfetti nella loro circolarità.
Non vedo l’ora di leggere altri libri di quest’autrice, che mi ha stregata e incantata.

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