“Il signor Haneda era il capo del signor Omochi, che era il capo del signor Saito, che era il capo dalla signorina Mori, che era il mio capo. E io non ero il capo di nessuno”

Con queste parole, Amélie Nothomb dà inizio al suo “Stupore e tremori“, brevissimo romanzo edito da Voland nel 2001, incentrato sulla breve esperienza lavorativa svolta dalla Nothomb presso un’importante azienda giapponese.

La storia personale dell’autrice, certamente alquanto singolare, fa sì che anche la sua scrittura e il suo modo di osservare il mondo le piccole cose quotidiane appaia sempre caratterizzato da una sensazione di straniamento e da uno sguardo che si pone al confine tra l’onirico e il fantastico. Figlia di un diplomatico, costantemente in viaggio da un paese all’altro, la Nothomb deve avere imparato a sentirsi cittadina del mondo e, al contempo, a sentirsi estranea ad ogni luogo. Probabilmente per questo motivo sceglie quasi sempre di utilizzare il personaggio chiaramente autobiografico di Amélie, romanzando intere parti della sua esistenza come se questo potesse servire a capirle meglio, per il solo fatto di riuscire a distaccarsene e a guardarle da un punto di vista esterno. Nata in Belgio, la scrittrice ha trascorso parte della sua infanzia in Giappone (paese che conosce al punto da poter affermare di essere totalmente bilingue e di parlare “Le franponais”, ossia di considerare come una totalità indistinta le due lingue) per poi spostarsi in Cina, Bangladesh ed Europa.

Stupore e tremori
“Stupore e tremori”, edito da Voland.

In “Stupore e tremori”, la giovane Amélie è appena stata assunta come interprete presso l’azienda da lei ribattezzata Yumimoto (“le cose dell’arco”) in onore del suo diretto superiore, la signorina Fubuki, che le appare sottile e alta come un arco, nonché dotata di una bellezza capace di rasentare la perfezione.

Non tutte le giapponesi sono belle. Ma quando una è bella, le altre devono reggersi forte

Fin dal primo istante, Amélie fa di quella straordinaria bellezza un idolo da venerare, vivendo nell’attesa che da quelle labbra disegnate fioriscano comandi e indicazioni.
Per la protagonista, tornata in Giappone per riscoprire le sue origini e rivivere i meravigliosi ricordi della sua infanzia, avere la possibilità di inserirsi in un ambiente come quello della Yumimoto e, per di più, di farlo sotto la guida di un angelo nipponico come Fubuki, sembra quasi la realizzazione di un sogno.
La realtà, però, sarà molto meno idilliaca. Il rapporto con la signorina Mori, infatti, si trasformerà ben presto in un crescendo di rimproveri, umiliazioni e incomprensioni. Amélie passerà dall’essere totalmente ignorata, quasi come fosse parte dell’arredamento, all’essere costretta ad occuparsi di argomenti a lei totalmente estranei, come la contabilità. Naturalmente, questo non potrà che produrre risultati disastrosi e, di conseguenza, un continuo e degradante demansionamento che renderà la permanenza alla Yumimoto una sorta di gara di resistenza, uno strenuo tentativo di arrivare alla scadenza del contratto annuale senza cedere.
Le difficoltà incontrate dalla protagonista, se in gran parte dipendono dal carattere algido e costantemente risentito della sua stupenda aguzzina, dall’altro sono legate alle enormi differenze tra la cultura occidentale e una cultura nipponica che da millenni si basa su pratiche consolidate e su rituali ben definiti e assolutamente irrinunciabili.

Il romanzo, pertanto, non offre al lettore soltanto uno spaccato su un periodo in particolare della vita di Amélie, ma si configura anche come un’approfondito trattato sulla cultura giapponese, sulle ferree regole che governano i rapporti gerarchici e quelli con i collaboratori e gli ospiti occidentali all’interno di aziende che diventano vere e proprie ragioni di vita per una società che ha fatto del lavoro il perno attorno al quale ruotano intere esistenze. Soprattutto, però, la Nothomb ci regala un’angosciante quanto accurata disamina del ruolo della donna in un paese che da lei pretende l’impossibile.
Una donna nipponica deve essere bella, ma non trarre piacere dalla propria bellezza; deve sposarsi prima dei venticinque anni con un uomo che non ama; deve essere sobria nel vestire e costringere i suoi lunghi capelli in acconciature severe e decorose; deve simulare sentimenti che non prova e sacrificarsi sempre per gli altri; deve lavorare duramente, ma riuscire a essere moglie e madre impeccabile. L’unica alternativa concepibile a una vita del genere? Il suicidio.

“Pensa alla tua reputazione postuma. Se ti suicidi, sarà splendente e sarà l’orgoglio dei tuoi parenti. Avrai un posto di riguardo nella tomba di famiglia: è la speranza più grande che un essere umano possa nutrire”

La donna giapponese non ha il diritto di sognare, di nutrire speranze, di immaginare, a meno che non sia stata male educata. Non suicidarsi, scegliere di restare in vita, è un atto coraggioso, un atto di resistenza contro un destino crudele e iniquo.
E proprio perché sa bene che questo terribile retaggio educativo è all’origine del contegno impassibile e del carattere irascibile di Fubuki, Amélie non smette mai di ammirarla e di compatirla per la riprovazione di cui, essendo ancora nubile a ventinove anni, doveva essere oggetto in famiglia. Anche quando la signorina Mori sarà ormai per lei soltanto fonte di ansia e disapprovazione, continuerà a rivolgersi a lei con “stupore e tremore“, con l’atteggiamento che, nell’antico protocollo imperiale, i sudditi dovevano adottare nei confronti dell’Imperatore.
Amélie ci racconta così una cultura che, rispetto alla nostra, appare ancora incomprensibile e lontanissima, ancorata a rigidi dogmi e precetti. Allo stesso tempo, però, lei stessa si fa interprete del nipponico senso di totale abnegazione al lavoro, ostinandosi a restare in azienda fino alla scadenza del contratto anche quando ormai la sua mansione principale consiste nell’occuparsi della pulizia dei bagni.
Persino nei bagni, infatti, c’è una finestra, e:

“La finestra era la frontiera tra la luce orribile e la mirabile oscurità […] Finché esisteranno finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà”

Come sempre, vi consiglio la lettura di questo e degli altri romanzi di Amélie Nothomb, che penso sia un’autrice straordinaria (anche se, ve lo anticipo, un po’ eccentrica). Fatemi sapere cosa ne pensate!

2 pensieri su “Stupore e tremori

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