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“La vegetariana”, edito da Adelphi.

Finalmente, dopo settimane di attesa, riesco a parlarvi del libro vincitore dell’International Man Booker Prize 2016, ovvero l’acclamatissimo
La vegetariana di Han Kang.

Comincio col dirvi che il titolo (fedele traduzione dell’originale) è quantomeno fuorviante: se pensate di trovarvi di fronte ad un testo che parli di come diventare vegetariani o della dieta vegetariana in generale, siete completamente fuori strada. La protagonista del romanzo, Yeong-hye, in effetti decide di diventare vegetariana, anzi quasi vegana, ma non lo fa per ragioni ideologiche, per amore verso gli animali o sulla spinta di una qualche convinzione politica. La donna, semplicemente, fa un sogno (di cui in effetti non conosceremo mai l’esatto contenuto) che la scuote a tal punto da farle decidere di smettere di mangiare carne nel giro di una notte e le fa provare disgusto alla sola vista di tutte le tipologie di cibo che la contengano.  I familiari che circondano Yeong-hye, in particolare il padre, che si comporta in modo violento e dispotico con la figlia fin dalla più tenera infanzia, e il marito che la considera poco più che un oggetto ornamentale, rimangono sgomenti di fronte alla sua determinazione nel rifiutare ostinatamente qualsiasi cibo di origine animale e cercano di forzarla a tornare sui suoi passi.

Yeong-hye, però, non può più far finta di niente, non può semplicemente riprendere a mangiare come faceva prima dell’incubo che le ha sconvolto l’esistenza, perché la sua, in fondo, non vuole essere una ribellione contro la dieta onnivora, ma una ribellione verso la sua condizione di donna rigidamente  controllata e maltrattata dagli uomini della famiglia in una Corea fortemente maschilista che la vede come un oggetto, nonché una protesta contro la vita umana in generale, fatta di ritmi ed imposizioni che non la rendono naturale come dovrebbe essere. Non è un caso, quindi, che la donna passi dal vegetarianesimo al rigetto verso la convenzione sociale che impone di coprire la propria nudità e, infine, al desiderio di nutrirsi solo di luce ed acqua, come fosse una pianta che necessita di rinascere e, al contempo, di riappropriarsi di un rapporto con il mondo che non sia più mediato dalla società e dalle sue regole.

Naturalmente, questa è solo una delle tantissime possibili interpretazioni che si possono dare di una storia che la stessa autrice definisce volutamente incompiuta, poiché “i libri non devono spiegare tutto, mi piace lasciare uno spazio vuoto al centro delle mie storie”.
Ma da cosa deriva e come viene realizzato, dal punto di vista narrativo, questo spazio vuoto? Come mai non siamo in grado, alla fine della lettura, di delineare un quadro chiaro della situazione e di essere certi di quali siano le risposte alle nostre innumerevoli domande? La risposta è semplice: Han Kang ha scelto di adottare uno stile di scrittura originale almeno quanto la struttura del suo romanzo, facendo in modo che la protagonista non prenda mai la parola in prima persona, ma che venga costantemente raccontata dall’esterno, attraverso gli occhi di tre personaggi chiave.

Nel primo capitolo, La vegetariana, a prendere la parola è il marito di Yeong-hye (unico narratore interno) che, da uomo cinico e inetto qual è, sembra accorgersi dell’esistenza della moglie in quanto essere senziente solo quando viene a conoscenza della sua inaspettata decisione

“Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno  […] La personalità passiva di quella donna in cui non intravedevo né freschezza né fascino, e nemmeno una singolare raffinatezza, faceva perfettamente al caso mio”

Evidentemente privo di qualsiasi inclinazione all’empatia e alla comprensione, l’uomo si limita a provare vergogna per i ‘capricci’ della moglie e per le urla e le proteste di Yeong-hye di fronte al tentativo, messo in atto dal padre, di costringerla ad inghiottire un boccone di carne durante una cena, che spingerà la ragazza al gesto estremo di tentare il suicidio davanti ai familiari sconvolti. Considerando i gesti e le reazioni di Yeong-hye come chiari segni di pazzia, e limitandosi a guardare al suo vegetarianesimo da un punto di vista meramente alimentare, il marito non ci offre alcuna seria chiave di lettura, limitandosi a porsi domande e a rimpiangere la donna taciturna, l’amante accondiscendente anche se distaccata e, soprattutto, l’ottima cuoca che aveva sposato.

Il secondo capitolo, La macchia mongolica,  dà voce, attraverso un narratore esterno, ai pensieri del cognato della protagonista, sposato con sua sorella In-hye. L’uomo, artista ‘visuale ’ di professione, vede nella scelta di Yeong-hye, che nel frattempo ha cominciato a rifiutare tutto il cibo che non sia verdura o frutta e a diventare sempre più insofferente verso l’uso dei vestiti, un qualcosa di affascinante, di misterioso e di estremamente eccitante. Per questo motivo, con la scusa di andare a trovare la cognata per verificarne lo stato psicofisico, le proporrà di posare per lui, immaginandola come un essere silenzioso, la cui esistenza si è ridotta all’essenziale ed il cui corpo è in perfetta comunione con la natura e gli appare in sogno ricoperto di fiori da lui stesso dipinti sulla sua pelle pallida. Anche il cognato, dunque, ci dà una visione soltanto parziale dei pensieri e delle idee che attraversano la mente di Yeong-hye, che idealizza e legge in una chiave metafisica che, nonostante tutto, è quella che forse più di tutte si avvicina alla verità dei fatti.

“Quello che aveva davanti era il corpo di una bella ragazza, convenzionalmente oggetto di desiderio, eppure era un corpo dal quale era stato eliminato ogni desiderio […] Ciò a cui la cognata aveva rinunciato, o così sembrava, era piuttosto la vita stessa che il suo corpo rappresentava”

Il terzo ed ultimo capitolo, Fiamme verdi, dà invece risalto, sempre attraverso un narratore esterno, al punto di vista di In-hye. La saggia, pacata, responsabile In-hye che non comprende il comportamento della sorella, che nel frattempo ha distrutto anche la sua famiglia e tutto ciò che negli anni aveva costruito, ma che continua ad assisterla anche durante il ricovero in un ospedale psichiatrico, con una diagnosi di ‘anoressia e schizofrenia’ che mal si concilia con i ricordi d’infanzia da lei gelosamente conservati e che teme derivi dalle violenze e dalle angherie subite da Yeong-hye nel corso degli anni.
In definitiva, dall’unione di tre sguardi che si interrogano sul mistero di Yeong-hye, non deriva alcuna visione d’insieme, alcuna risposta, alcuna conferma. Tocca al lettore, dunque, riempire il vuoto, farsi un’idea, trovare una coerenza, se una coerenza esiste, nel comportamento di Yeong-hye.

La vegetariana, a mio parere, merita il successo che ha riscosso. Personalmente ho apprezzato il fatto che lo stile dell’autrice fosse più “europeo” che orientale, ovvero meno incline a perdersi nell’onirico e nel fantastico rispetto ad autori come Haruki Murakami. Il linguaggio semplice, lineare, eppure ricco di profondità e di contenuti è, secondo me, uno dei punti di forza di questo libro.
Unico punto debole, forse, è la scelta di introdurre soltanto nel primo capitolo dei paragrafi, messi in evidenza dell’uso del corsivo, in cui è la protagonista a parlare in prima persona  (e sarà la sola ed unica volta in cui questo accadrà), evocando scene e visioni tratte dell’incubo che l’ha sconvolta e che appare in effetti abbastanza banale a livello contenutistico ed iconografico. Inoltre, se questo espediente fosse stato mantenuto anche nei successivi due capitoli, probabilmente il romanzo ne avrebbe avrebbe guadagnato in termini di coerenza testuale interna.

Nonostante questa piccola ‘critica’ mi sento assolutamente di consigliare questa lettura a tutti gli estimatori della buona letteratura, quella vera, quella che lascia il segno, che pone quesiti e che invita alla riflessione.

 

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