Romanzi

La ragazza del treno 

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“La ragazza del treno”, edito da Piemme.

Solitamente mi tengo ben lontana dai libri eccessivamente chiacchierati, dai romanzi presentati come veri e propri casi letterari grazie a studiatissime campagne di marketing e posizionati in bella vista sugli scaffali di tutte le librerie, magari avvolti da quelle invitanti fascette che inneggiano al capolavoro e riportano citazioni di illustri scrittori che sarebbero rimasti incantati dal libro in questione.

Per La ragazza del treno, romanzo d’esordio di Paula Hawkins, pubblicato nell’estate del 2015 da Piemme e subito definito come il ‘thriller dell’estate’ nonché come il ‘miglior debutto letterario dell’anno’, ho fatto un’eccezione solo e soltanto perché, approfittando di un’offerta speciale, ho deciso di abbonarmi ad Audible, l’app di Amazon che consente di ascoltare un numero praticamente illimitato di audiolibri dietro pagamento di una quota mensile relativamente esigua. Quando ho aperto la pagina iniziale del sito per curiosare nella libreria messa a disposizione dallo store online, mi sono subito ritrovata faccia a faccia con la copertina de La ragazza del treno, sovrastata da una citazione proveniente dall’interno del romanzo e dal volto di Carolina Crescentini, che presta la sua voce alla protagonista. Lì per lì, confesso di aver pensato ‘Oh, santo cielo!Anche qui!’, ma poi la curiosità ha preso il sopravvento e ho deciso di dare anch’io una possibilità a questo libro, sperando di non dovermene pentire troppo.

Rachel è una donna spezzata. Il suo matrimonio con Tom, nel quale aveva riposto tante speranze ed aspettative, è miseramente naufragato dentro un mare di incomprensioni e di frustrazione, lasciandola sola e svuotata, rendendola facile preda dell’alcolismo e della depressione che ormai da anni la dominano e che le hanno devastato il fisico e svuotato il portafogli. Sebbene non abbia più alcun obiettivo da perseguire, ogni mattina Rachel esce dalla piccola stanza che una vecchia amica dei tempi del college le ha generosamente messo a disposizione, si incammina verso la stazione e sale sul treno delle 8:04 che percorre la malandata tratta ferroviaria che congiunge Ashbury a Houston, appoggiando la testa al finestrino ed osservando le graziose case in stile vittoriano che costeggiano i binari. Ogni singolo giorno, quando il convoglio si ferma al primo semaforo, proprio all’altezza di Blenheim Road, Rachel ha la possibilità di osservare, senza essere vista, la deliziosa villetta bifamiliare al civico 23, la ‘sua’ villetta, il piccolo nido d’amore che aveva scelto ed arredato con cura insieme a Tom e che adesso lui condivide con Anna, la sua ex-amante adesso promossa al ruolo di moglie, e con la loro figlioletta di pochi mesi. Se il ricordo di una felicità ormai perduta per sempre la rattrista e le fa venir voglia di bere, il suo umore migliora quando, con malsana curiosità, si sofferma a guardare con interesse ciò che avviene nel giardino e sulla veranda di un’altra villetta, che si trova ad appena pochi passi di distanza da quella in cui Tom va felicemente avanti con la sua vita ed è abitata da una giovane coppia di sposi, da lei ribattezzati Jason e Jess, che Rachel immagina come un modello di perfezione e di amore incondizionato. Jason, così forte, premuroso e protettivo, le sembra il marito ideale, l’immagine astratta della devozione e della fedeltà, mentre Jess, così graziosa e minuta, le appare come una moglie innamorata, dolce, pienamente appagata dalla sua casa ben ammobiliata, dal suo giardino sempre ben curato, dal rapporto con un uomo che farebbe di tutto per vederla sorridere.                                               Eppure, la mattina del 12 luglio 2013, mentre Rachel contempla da lontano il giardino di Jason e Jess aspettandosi di vederli insieme, ‘la ragazza del treno’ si ritrova suo malgrado ad assistere a qualcosa che manda in frantumi la sua ingenua illusione di un’imperturbabile felicità domestica. Quando poi, pochi giorni dopo, Jess (il cui vero nome è Megan), scompare misteriosamente senza lasciare alcuna traccia, Rachel risulterà essere il solo testimone oculare di un evento che potrebbe rivelarsi cruciale per il proseguimento delle indagini e condurre la polizia al ritrovamento della donna.
Ma ci sarà qualcuno disposto a crederle? Le autorità presteranno fede alle parole di un’alcolista spaventata, spesso confusa ed affetta da continue amnesie?

Il punto di forza del romanzo consiste nella scelta di narrare l’intera vicenda attraverso gli occhi delle tre donne che ne sono protagoniste: Rachel, Megan e Anna. Servendosi di capitoli che si alternano velocemente tra loro e danno voce ora all’una ora all’altra delle ragazze, la Hawkins ci mette a conoscenza delle disavventure, dei timori, delle speranze e delle delusioni di questi singolari e profondi personaggi femminili le cui parole si intrecciano a formare un quadro d’insieme sempre più complesso, intricato ed imprevedibile, che rende difficile per il lettore immaginare le possibili evoluzioni della vicenda e che riesce a mantenere costantemente alta la suspense.                                 Il fatto, poi, che il punto di vista privilegiato sia quello di Rachel, il personaggio apparentemente più inaffidabile, annebbiato e contraddittorio di tutto il romanzo, confonde ulteriormente le carte in tavola e fa sì che diventi ancor più difficoltoso prevedere l’esito delle indagini o identificare il colpevole, mentre realtà e fantasia si mescolano ed i flashback improvvisi si intersecano con i frammentari ricordi che tornano a galla. Ma quali delle immagini che riemergono dal tenebroso buco nero scavato dall’alcool nella mente di Rachel sono veritiere? E quali, invece, sono il semplice frutto della sua immaginazione?
A complicare ulteriormente le cose, si aggiunge il fatto che i pensieri di Megan e quelli di Rachel non vengano posti sullo stesso piano temporale: se Rachel, infatti, ci racconta il suo presente, Megan ci parla da un passato ancora recente, rievocando momento per momento le circostanze che l’hanno condotta verso la scomparsa e rivelando una personalità ben diversa da quella che ‘la ragazza del treno’ aveva immaginato per lei.
Alla terza narratrice, Anna, in effetti non viene concesso molto spazio, e la maggior parte delle sue riflessioni e delle sue preoccupazioni sono rivolte verso l’ossessiva invadenza di Rachel, che spesso telefona a suo marito o compare nelle vicinanze della loro abitazione, infastidendola e facendole temere che quella che lei vede come una pazza squilibrata possa fare del male alla sua bambina.

Il romanzo ha, naturalmente, anche dei punti deboli, il primo dei quali risiede nel fatto che i lunghi capitoli dedicati a Rachel tendono spesso a trasformarsi nella monotona elencazione delle sue disgrazie, in un continuo e patetico piangersi addosso per le immense sfortune di cui è stata vittima senza mai cercare di fare qualcosa di concreto per porvi rimedio che, alla lunga, rischia di stancare il lettore e di appiattire terribilmente un personaggio che, al contrario, potrebbe nascondere una miriade di sfumature diverse.
Il secondo punto debole, a parer mio, risiede nel fatto che la Hawkins non abbia saputo creare dei personaggi femminili forti e determinati, finendo spesso per cadere nella trappola di cliché al limite del sessismo: la vita delle donne ruota attorno all’amore di un uomo e al desiderio frustrato o esaudito di diventare madri. Non a caso Rachel, cui entrambe le cose sono state negate, è quasi impazzita ed ha mandato all’aria tutta la sua vita, perdendo il posto di lavoro e lasciando che ogni cosa andasse alla deriva, come se Tom fosse un perno attorno a cui ruotare, senza il quale non esiste alcuna speranza di poter restare in piedi, come se il fatto di non aver avuto bambini fosse una colpa da espiare, una tragedia che impedisce alla donna di riprendere il controllo della propria esistenza. Anche Megan, seppur in maniera molto diversa rispetto a Rachel, manifesta il disperato bisogno di avere accanto una figura maschile e vive un rapporto molto controverso con la maternità. Infine c’è Anna, che ha lasciato il suo lavoro, un lavoro che le piaceva e che spesso le manca, per dedicarsi a tempo pieno alla sua bambina e a suo marito, al suo piccolo nido familiare che è diventato il centro del suo mondo.
Il terzo punto debole è legato al fatto che, specialmente nella parte iniziale del libro, si tenda spesso a confondere tra loro i personaggi di Rachel e Megan, che mostrano una somiglianza di pensiero tale da far pensare che, almeno per quanto riguarda i primi capitoli, la scrittura dell’autrice sia piuttosto carente sul piano della caratterizzazione dei personaggi. Devo dire che, nel mio caso, avendo ‘ascoltato’ il libro, ho avuto meno difficoltà nel distinguere le due voci narranti, in quanto lette da due attrici diverse, ma non nego di aver comunque perso il filo un paio di volte.

Nel complesso, comunque, non mi sento di bocciare questo romanzo perché, a mio parere, ha raggiunto l’obbiettivo che si prefiggeva: intrattenere per qualche giorno i lettori, tenendoli incollati alle pagine e spingendoli a superare anche i capitoli più monotoni in nome del desiderio di arrivare alla fine e conoscere finalmente la verità. Il finale mi è sembrato tutt’altro che scontato, ma confesso di non essere un’avida lettrice di libri thriller, per cui ciò che a me è sembrato sorprendente e del tutto inaspettato potrebbe risultare assolutamente prevedibile per chi sia più addentro alle ‘regole’ di questo genere letterario. Sicuramente non si tratta di un capolavoro e ho trovato quantomeno iperbolica l’affermazione di Stephen King secondo il quale La ragazza del treno lo avrebbe tenuto sveglio tutta la notte (diciamoci la verità, ci vorrà ben altro per tener sveglio il Re del brivido).

Tuttavia, mi sento di consigliare questa lettura a tutti coloro che abbiano voglia di leggere un buon libro che li coinvolga e li tenga con il fiato sospeso fino alle ultime pagine.

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