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“Seta”, edito da BUR.

Cento pagine. Appena cento pagine. Tanto è bastato ad uno scrittore del calibro di Alessandro Baricco per regalarci un piccolo gioiello, una piccola perla narrativa delicata ed impalpabile almeno quanto il nome che porta: Seta (Bur, 1999).
E, proprio come la seta, le pagine di questo romanzo breve o racconto lungo scorrono leggere e sinuose tra le mani di un lettore sempre più avido di conoscere il prosieguo della storia e, al tempo stesso, desideroso di assaporare con lentezza ognuna delle parole scelte e calibrate con studiata maestria dall’autore per rispondere in modo perfetto alla sua volontà di costruire una seducente narrazione al limite del fiabesco, impregnata della magia e del fascino emanati da una cultura millenaria e sconosciuta.

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L’uomo è Hervé Joncour, trentadue anni, sposato con Hélène. La coppia vive nel piccolo paesino di Lavilledieu, nel sud della Francia, e riesce a sopravvivere grazie alla bizzarra professione che Hervé esercita ormai da otto anni: per vivere, il nostro protagonista compra e vende bachi da seta.
I progetti che, un tempo, suo padre aveva avuto per lui, erano ben lontani dal mondo della compravendita di animaletti produttori di tessuti pregiati: suo figlio, un militare, avrebbe svolto una brillante carriera nell’esercito e non un lavoro che, ai suoi occhi, appariva quasi femminile. Il destino, però, aveva altri programmi ed uno stravagante complice davvero molto persuasivo. Un giorno, infatti, il bizzarro ed indecifrabile Baldabieu, proprietario di sette filande in paese, si era convinto che Hervé Joncour, allora sottotenente di fanteria in licenza, fosse proprio la persona giusta per recarsi in Egitto e recuperare delle uova di baco da seta che non fossero state contaminate dalle prime epidemie che cominciavano a colpire l’Europa, minacciando seriamente l’attività delle filande che, in fin dei conti, davano sostentamento all’intera Lavilledieu. Era il 1853 e, da allora, Hervé non aveva più smesso di viaggiare avanti e indietro dai paesi dell’Africa su commissione di Baldabieu, cercando sempre di tornare in tempo per la Messa Grande della prima domenica di Aprile.

Il ragazzo non aveva grandi ambizioni, né la determinazione necessaria per appoggiare un progetto qualsiasi o opporsi ad esso, perciò aveva accettato di buon grado la sua nuova professione, che gli consentiva di vivere più che dignitosamente insieme alla sua amata Hélène. La prospettiva, peraltro alquanto verosimile, di arricchirsi mediante la compravendita dei bachi, lo lasciava piuttosto indifferente, poiché il suo temperamento lo induceva a lasciarsi cullare dagli eventi, ad assistere al fluire placido della sua esistenza senza mai afferrarne con decisione le redini.

“Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria ogni ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia”

La vera svolta, per Hervè e per la narrazione, arriva nel 1861, anno in cui è ambientata la vicenda, quando Baldabieu gli comunica che l’unica soluzione per salvare le filande, ormai devastate dall’insorgere di epidemie sempre nuove giunte a colpire anche l’Africa, sarebbe quella di recarsi in Giappone, uno dei pochissimi paesi rimasti immuni. All’epoca il Giappone era quasi un altro mondo, del tutto inaccessibile agli stranieri per secoli e da pochissimo apertosi ai contatti con i mercanti provenienti dai paesi europei, ai quali era consentito l’accesso unicamente tramite due dei numerosi porti situati nel Nord del paese. I giapponesi, oltretutto, avevano accettato con malcelata rassegnazione la necessità di vendere la loro preziosa e ricercatissima seta, ma non avevano ancora mai voluto vendere le uova di baco ai numerosi europei presentatisi alle loro porte.

“Quell’isola è piena di bachi. E un’isola in cui per duecento anni non è riuscito ad arrivare un mercante cinese o un assicuratore inglese è un’isola in cui nessuna malattia arriverà mai”

Anche stavolta, nonostante la lunghissima distanza da percorrere ed i mille potenziali pericoli da affrontare, Hervé non si tira indietro di fronte alla richiesta, fattagli da Baldabieu, di partire immediatamente ed attraversare la frontiera nipponica.
Il viaggio del protagonista è riassunto nel giro di poche righe, eppure una sola manciata di parole è sufficiente per farci immaginare alla perfezione gli spostamenti, i cambiamenti di rotta, le lunghe camminate lungo i tortuosi percorsi tracciati tra un paesino e l’altro dalle strette stradine della provincia giapponese. Una volta arrivato a destinazione, Hervé viene convocato al palazzo reale da Hara Kei, imponente e affascinante personaggio che si presenta senza portare alcun segno tangibile del potere che pure promana spontaneamente dalla sua persona, non fosse per la presenza , al suo fianco, di una ragazza che, mollemente adagiata sul pavimento, appoggia la testa sulle sue ginocchia.
Hervé sa bene che le uova di baco da lui ricevute in uno sperduto paesino di collina, e da lui pagate con dell’oro falso, sono semplici uova di pesce. Hervé sa bene anche che dovrà giocare al meglio le sue carte affinché Hara Kei capisca di avere di fronte un uomo scaltro, che conosce la sua professione e che non si lascerà ingannare facilmente. Eppure, mentre riferisce tutto ciò che sa ad Hara Kei, mentre lo mette al corrente della sua vita, mentre contratta con lui guadagnando il suo rispetto, Hervé non riesce ad impedirsi di fissare la fanciulla cui il suo potente ospite accarezza delicatamente i capelli, come se fossero il manto di una bestia rara e sfuggente.
Il suo volto da ragazzina, i suoi grandi occhi scuri dal taglio stranamente non orientale e la sinuosità delle sue movenze, si imprimono a fuoco nell’anima e nel cuore del protagonista, che torna in Francia con un meraviglioso vestito da regalare ad Hélène e la mente occupata da un nuovo ammaliante pensiero fisso.

Definire Seta come una semplice storia d’amore sarebbe riduttivo, eppure l’amore riempie di sé questo breve romanzo nel quale Baricco, servendosi di due straordinari ed intensi personaggi femminili, è riuscito a raccontarci le molteplici sfumature che il sentimento più forte che l’uomo sia in grado di provare può assumere. Da un lato abbiamo l’amore coniugale, reale, vissuto e ormai così consolidato da venir dato per scontato: questo tipo di amore è incarnato da Hélène, la remissiva, docile Hélène che, come una moderna Penelope, attende fedelmente il ritorno del suo personale Ulisse ed è sempre pronta a riaccoglierlo come se non fosse mai andato via, come se la sua vita non fosse in realtà un perenne oscillare tra momenti di felicità di coppia e momenti di profonda solitudine ed angoscia.
Dall’altro lato abbiamo l’amore immaginato, l’amore del “chissà come sarebbe”, l’amore che si autoalimenta nutrendosi di tutte le fantasie dell’innamorato: questo tipo di amore, eccitante e ancora tutto da scoprire, è incarnato dalla misteriosa e bellissima giapponese col viso da ragazzina e gli occhi dal taglio europeo, il cui corpo flessuoso, avvolto da leggeri drappi di seta, sembra nascondere la promessa di una sconosciuta felicità. Ad una donna del genere, meravigliosa ed impossibile, bastano pochi ideogrammi scarabocchiati su un foglietto per far sì che Hervè perda la testa e desideri solo di tornare da lei, pur sentendo di amare Hélène di un amore sincero e devoto. E proprio Hélène, che silenziosa passeggia quasi inosservata tra le pagine del libro, sarà colei che impartirà ad Hervé una severa lezione d’amore , sarà colei che gli insegnerà fino a che punto una donna innamorata può spingersi per rendere felice il suo uomo, per far sì che lui abbandoni i suoi tormenti, anche se questo significa medicare da sola le proprie ferite e tenerle sepolte in un angolino nascosto del cuore.

Si sa, Baricco è uno scrittore che divide gli animi: o lo si ama o lo si odia. Inizialmente, ammetto di aver avuto qualche difficoltà nell’approcciarmi con il suo stile asciutto, a tratti ripetitivo, che ai miei occhi conferiva ai suoi romanzi e, soprattutto, ai suoi personaggi, poco spessore psicologico ed emotivo. Da qualche mese a questa parte, invece, ho rivalutato questo autore. Ho capito che dietro il suo stile asciutto e scarno era nascosta l’accurata ricerca della parola giusta, di quella sfumatura di significato che regalasse al testo il suo giusto valore, di quel termine che, accostato agli altri, si inserisse alla perfezione nel flusso quasi musicale delle frasi. Ho capito che le ripetizioni, specialmente in questo caso, hanno un po’ la stessa funzione delle formule inserite e reiterate all’interno delle favole o dei racconti trasmessi oralmente, una gradevole aggiunta che consente a Baricco di ottenere una cadenza quasi fiabesca mentre i capitoli si susseguono ed il lettore è trascinato, passo dopo passo, verso l’inaspettato e meraviglioso finale. Ho capito, infine, che in un romanzo come questo non dovevo aspettarmi di trovare accurate descrizioni degli stati d’animo dei protagonisti, o lunghi e complessi monologhi interiori. No, qui ogni cosa è affidata al sottinteso, ogni sentimento passa per uno sguardo, per il gesto delicato o affrettato di una mano, per la cadenza attribuita ad una seppur brevissima frase.

È con queste consapevolezze alle spalle che va affrontata la lettura di Seta, un breve ma intenso viaggio verso l’oriente fatto di sensazioni che vi avvolgeranno, di profumi che vi sembrerà quasi di poter sentire, di tessuti che desidererete di poter sfiorare, di sentimenti universali e antichi almeno quanto l’uomo che, però, non smettono mai di intrigare e sorprendere. 

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