Raccolte di racconti

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

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“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, edito da Einaudi.

Oggi ho deciso di parlarvi di una celeberrima raccolta di racconti, ossia Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver, edito da Einaudi.

In genere non apprezzo molto i racconti, perché li trovo spesso inconcludenti e ritengo che non lascino al lettore il tempo necessario per immedesimarsi nelle vicende dei protagonisti e per provare empatia verso di loro. Anche i racconti di Carver mi hanno lasciato un po’ di amaro in bocca con i loro finali fin troppo aperti, ma ho apprezzato tantissimo il talento dello scrittore nel delineare i tratti di una personalità, le coordinate fondamentali di una vita nel giro di pochissime righe.

I protagonisti dei racconti contenuti in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore sono personaggi umili, che si dibattono tra le difficoltà della vita quotidiana e sono immortalati in un momento di particolare difficoltà, quando si trovano ad affrontare il divorzio, il tradimento, la malattia, la solitudine, la morte, i debiti. Carver, infatti, non tenta di raccontarci le storie di grandi uomini e lo svolgersi di grandi eventi. Carver ci racconta la nostra storia, la storia dell’uomo qualunque che deve fare i conti con una vita quotidiana spesso fatta unicamente di miseria e sofferenza senza possibilità di riscatto.

Che si tratti di un’anziana coppia che va a giocare al bingo o di un figlio che ascolta con estrema insofferenza il racconto paterno di un adulterio commesso tanti anni prima, l’umanità che si presenta davanti ai nostri occhi nei diciassette racconti della raccolta è un’umanità sperduta, inetta, costretta entro le ristrette coordinate di un’esistenza soffocante da cui non riesce ad affrancarsi.

Sembra quasi che anche gli avvenimenti che, nella normalità delle cose, risulterebbero particolarmente scioccanti o dolorosi, non riescano più a toccare questi uomini e queste donne che hanno già raggiunto il limite, che hanno già visto la loro serenità disintegrarsi e sparire.

“…Non si muove dalla finestra, ricordando quella vita passata. Avevano riso. Appoggiati l’uno all’altra, avevano riso fino alle lacrime, mentre tutto il resto – il freddo e dove lui era andato in quel freddo – restava di fuori, almeno per un po’”

E’ questo il motivo per cui, ad esempio, nel racconto Con tanta di quell’acqua a due passi da casa, quattro uomini vanno in campeggio e, pur avendo rinvenuto il cadavere di una ragazza sulla sponda del lago, ignorano l’accaduto e continuano a bere e a divertirsi.

“Hanno tirato fuori la scusa che erano stanchi, era tardi, che tanto la ragazza <<mica se ne andava>>. Alla fine hanno deciso di accamparsi. Hanno acceso il fuoco e si sono messi a bere whisky”

Lo stile dell’autore, freddo, conciso ed apparentemente distaccato, è perfettamente intonato col grigiore dei frammenti di vita di cui ci rende spettatori, ma è anche capace di evidenziare i momenti di tensione e di far emergere la tenerezza e la piccola poesia che stanno dietro l’apparente squallore e la desolazione. E’ il caso del racconto Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio nel quale, con finta noncuranza, un uomo lascia cadere un accenno alla mancanza del suo più caro amico mentre sta spiegando alla vicina di casa il suo metodo per uccidere le limacce.

“Sam ha detto: – Certe volte, quando sto qui a dare la caccia alle limacce, guardo verso casa vostra – . Ha aggiunto: – Vorrei tanto che Cliff e io fossimo di nuovo amici”

I racconti di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore restano nel cuore proprio per la capacità di Carver di trascinarci nel baratro della più deprimente realtà per poi regalarci un dettaglio, uno scorcio, uno scambio di battute capaci di ricordarci ciò che di più bello e di più vero esiste nella vita, anche se si tratta di una vita solitaria ed incolore.

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