Romanzi

Canto della pianura

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“Canto della pianura”, edito da NN Editore.

Oggi parliamo di… Canto della pianura (NN Editore, 2016) di Kent Haruf.
Il romanzo costituisce la prima parte di una trilogia (la ‘trilogia della pianura’), di cui fanno parte anche Benedizione (uscito per primo in Italia) e Crepuscolo, in uscita a maggio di quest’anno.

Non è facile riassumere la trama di Canto della pianura, perché la trama è così scarna da risultare quasi inesistente. Siamo ad Holt, immaginaria cittadina del Colorado dove Haruf ambienta tutti i suoi romanzi. Sullo sfondo di un paesaggio scabro, fatto di case con verande di legno e di piccoli allevamenti di bestiame, scorre la vita semplice e tranquilla dei numerosi personaggi. Victoria Roubideaux ha diciassette anni, è bella e intelligente, ma commette l’errore di innamorarsi del ragazzo sbagliato e, quando scopre di essere incinta, la madre le impone di lasciare la loro casa e trovare un’altra sistemazione. Tom Guthrie insegna storia, lavora al liceo di Holt e vive un dramma familiare: la moglie Ella, affetta da una grave forma di depressione, ha abbandonato il tetto coniugale, lasciandolo solo a prendersi cura dei due figli piccoli. Ike e Bobby, i figli di Tom, hanno nove e dieci anni, ma sembrano molto più adulti nel modo in cui affrontano la lontananza della madre e le difficoltà della vita quotidiana. Maggie Smith lavora con Tom, è una donna dolce e materna ed accoglierà Victoria dandole un posto dove stare, almeno finché il vecchio padre con cui vive non scaccerà la ragazza in preda ad un delirio da mania di persecuzione. Infine, ci sono i Mac Pheron, due fratelli anziani ed in apparenza burberi, che decideranno di prendere con sé Victoria, offrendole una casa in cui far nascere il suo bambino.

Ad ognuno dei personaggi, Haruf concede un suo spazio: sfruttando un espediente comune ad altri autori (uno su tutti, Faulkner), lo scrittore dedica ad ognuna delle sue creature dei brevi capitoli, i cui titoli riportano il nome del personaggio in questione. Apparentemente, ognuno dei protagonisti di Canto della pianura è un mondo a sé stante, un’isola, un piccolo universo schiacciato da una paura o da un dolore del tutto privati, ma sopportati con grande dignità, impossibili da condividere con qualcun altro, perché nessun altro potrebbe capire fino in fondo. La grande forza della scrittura di Kent Haruf, però, sta proprio nell’aver saputo unire le diverse solitudini dei suoi personaggi, nell’aver saputo creare un microcosmo, quello di Holt, nel quale le voci e le vite degli abitanti potessero intrecciarsi, mescolarsi, fondersi fino a modificarsi reciprocamente.
Il titolo originale del romanzo, Plainsong, allude proprio ad un canto di tipo monodico (cioè privo di accompagnamento musicale) eseguito all’unisono, un canto che unisce più voci differenti tra loro in una melodia semplice ed essenziale, il canto che pervade la pianura di Holt e che coinvolge i personaggi che la popolano.
Il “canto della pianura” travolge e modifica il placido corso delle esistenze, trasforma la paura di Victoria Roubideaux nella gioia di scoprirsi amata e di stringere tra le braccia il suo bambino, trasforma la vita dei fratelli Mc Pheron (a mio parere, i personaggi più riusciti del romanzo), che seppur goffamente scoprono di essere in grado di amare e proteggere, di essere in grado di sorridere e consolare.

“E’ tutto a posto ora. Non ti preoccupare. Ora va tutto bene. Si allungò attraverso il tavolo e le diede un colpetto sul dorso della mano. Era un gesto goffo. Non sapeva come farlo. Non preoccuparti, le disse”

La domanda che sembra porsi Haruf è: quando inizia la vita?
Comincia con la nascita, con quel primo pianto prontamente consolato da una madre amorevole, o comincia forse nel momento in cui si scopre di poter avere di più, di avere una vera ragione per andare avanti?
Non è, probabilmente, un caso che due dei tre momenti del romanzo che hanno per protagonisti gli animali – la cernita delle mucche ‘vuote’ e il parto della giovenca – siano dedicati alla nascita e rappresentino quasi una sorta di metafora che allude al principio della vita umana. E al mondo animale attingeranno anche i Mc Pheron per tranquillizzare Victoria, preoccupata di aver esagerato con l’alcool e di aver danneggiato il bambino, raccontandole di una giovenca che aveva inghiottito un filo di metallo e il cui piccolo era nato in perfetta salute.
Attraverso il rapporto con gli animali, i protagonisti di Canto della pianura parlano della vita e affrontano la morte – come accade nella scena dell’autopsia del cavallo, cui assistono i piccoli Ike e Bobby – in un modo visibile e quasi fisico, che sostituisce i pensieri e le profonde riflessioni, dei quali l’autore non ci rende partecipi.

Lo stile di Haruf – come sottolineato dallo stesso traduttore, Fabio Cremonesi – qui ci appare più barocco e complesso rispetto a quello impiegato in Benedizione, ma non per questo più retorico o meno essenziale nel tratteggiare dolori e sentimenti con piccole e leggere pennellate, lasciando molto spazio ai dialoghi, come sempre inseriti all’interno della narrazione senza le virgolette. In questo modo, la voce dei protagonisti si mescola a quella dell’autore, in un flusso costante che ci trascina nel cuore della storia, rendendo impossibile staccarsene nonostante non accada mai niente di veramente straordinario.
Holt diventa per noi una seconda casa, non sempre accogliente – e quale casa lo è? -, ma a cui è sempre bello 9788899253172_0_0_2580_809788899253172_0_0_2580_80tornare per ritrovare, romanzo dopo romanzo, la voce di un autore capace di rendere splendido l’ordinario, di dare voce alla normalità e trasformarla in poesia.

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