Romanzi

Nessuno scompare davvero

Nessuno scompare davvero
“Nessuno scompare davvero”, edito da SUR.

Inauguro questa nuova avventura da blogger con la mia recensione di Nessuno scompare davvero (Big Sur, 2016), lo straordinario romanzo d’esordio della scrittrice americana Catherine Lacey, in libreria dall’11 febbraio.

Elyria ha ventotto anni, un marito amorevole, una bella casa e un lavoro stabile a New York. La sua vita sembrerebbe perfetta, eppure un giorno la ragazza decide di partire senza lasciare traccia, di prendere un volo di sola andata e di trasferirsi in Nuova Zelanda, confidando nell’ospitalità che un uomo, in un gesto di pura cortesia, le aveva offerto anni prima. Raggiunta la sua meta, Elyria trascorrerà i mesi successivi girovagando per il paese in autostop ed incrociando le vite dei personaggi più strani. La vita che Elly si è lasciata alle spalle, però, era solo in apparenza perfetta. Nel suo passato, infatti, si annidano i traumi provocati dal suicidio della sorella adottiva Ruby e da un’infanzia segnata dalla scomparsa del padre e dall’alcolismo della madre. Il matrimonio, con il professore di Ruby che per ultimo l’aveva vista in vita, non è bastato da solo a dare un senso all’esistenza di Elyria, a colmare quei vuoti e quelle difficoltà che la ragazza si porta dietro da sempre. Quella quotidianità fatta di certezze che, per qualcuno sarebbero rassicuranti e confortanti, per lei diventa una gabbia da cui fuggire, perché dentro la sua anima si agita un “bufalo” riottoso, che non riesce a placare e che la spinge a muoversi e a mollare tutto.

“Quel bufalo ce l’abbiamo tutti e nel cervello di ogni essere umano c’è una parte insofferente che non ce la fa ad andare avanti, non riesce a stare seduta composta e a guardare la gente dritto negli occhi e a sopportare il ticchettio del tempo che scorre, non ce la fa a mangiare il panino che ha nel piatto, non ce la fa a leggere il giornale, non ce la fa a vestirsi e a uscire, a essere sposata, a vedere lo stesso uomo ogni giorno e a farsi guardare dallo stesso uomo ogni giorno […] e capita a tutti ogni tanto di volersene andare via come se non fosse mai successo niente”

Comincio col dire che ho amato questo romanzo dalla prima all’ultima pagina. Ho amato il modo in cui la Lacey, con uno stile vibrante e incalzante, spesso al limite del flusso di coscienza, ci trascina dentro la mente talvolta contorta di una donna difficile, capace di osservare la realtà e gli esseri umani con grande lucidità e, al tempo stesso, di perdersi in pensieri vicini alla paranoia e al delirio. Questo accade, ad esempio, quando Elly arriva a dubitare che i terrori notturni di cui è preda il marito non siano altro che una manifestazione dell’inconscio desiderio di farle del male, o quando arriva a dubitare di se stessa e dei propri ricordi, chiedendosi continuamente se alcuni fatti siano realmente accaduti o se li abbia solo immaginati. Elyria si porta dietro un difetto di fabbrica: l’incapacità di adattarsi alle misure di una vita comune e sicura, di prendere decisioni e dire di no, di abbandonarsi all’affetto di chi le sta intorno. Ognuna delle persone che incontrerà nel corso del suo viaggio tenterà di avvicinarsi a lei, di farle spazio nella sua vita senza riuscirci, perché Elly non è fatta per le amicizie, non è fatta per l’amore; Elly è fatta per stare in mezzo alla gente senza lasciarsi mai toccare, senza lasciare che qualcuno si aspetti qualcosa da lei, che abbia bisogno di lei. Persino l’uomo che da anni le sta accanto, diventa per lei Marito, come se il fatto non assegnargli un nome, inquadrandolo semplicemente dentro un ruolo, rendesse la sua presenza meno evidente, il suo ricordo meno vivo e pressante. La Nuova Zelanda diventerà per Elly il porto cui approdare per ritrovare se stessa o, forse, per perdersi definitivamente nel tentativo di scomparire fino in fondo, perché nessuno scompare davvero finché continua ad esistere per se stesso.

 

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