Recensioni · Romanzi

La cena 

Oggi vi racconto La cena di Herman Koch, edito da Beat Edizioni. Questo romanzo, inquietante e drammaticamente attuale (o forse inquietante PERCHÉ drammaticamente attuale) nasconde dietro l’apparenza di una trama semplice, e neanche troppo originale, la profondità di una riflessione a 360° sulla società di oggi. 

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“La cena” di Herman Koch, edito da Beat Edizioni

Paul e Serge Lohman sono fratelli, ma non potrebbero essere più diversi. Serge è un uomo pieno di sé, interamente concentrato sulla propria promettente carriera politica, appagato dalle piccole cortesie che la gente gli riserva in virtù della sua posizione. Il tavolo migliore del locale, il vino più pregiato, sorrisi e timide richieste da parte di chi vorrebbe una foto con lui, ma teme di infastidirlo. Babette, la sua bella moglie, ha tacitamente accettato di tramutarsi nell’ombra di quel marito invadente, sempre pronto ad appropriarsi dei riflettori. 

Eppure certe volte mi veniva da pensare […] che Babette avesse accettato a tavolino di vivere accanto a un politico di successo […] Come con un brutto libro, quando si è ormai superata la metà si arriva alla fine, anche controvoglia. Nello stesso modo Babette era rimasta accanto a Serge: magari si salvava nel finale. 

Paul, al contrario del fratello, è un uomo insicuro, che cova un fortissimo risentimento nei confronti del brillante Serge, e ambisce a distinguersi da lui nel costruire una “famiglia felice” (non a caso, una delle sue prime riflessioni include la citazione del celeberrimo incipit di Anna Karenina) insieme alla sua Claire e al figlio Michel, di sedici anni. Claire è la luce dei suoi occhi: una compagna che sa essere paziente, comprensiva, furba e brillante, senza che alcuna di queste qualità la spinga mai a far mostra di ritenersi superiore a qualcuno, men che mai al marito. 

La cena organizzata da Serge in un raffinato ristorante, cui Paul e consorte partecipano controvoglia, sognando una serata casalinga e tranquilla, procede tra chiacchiere superficiali sull’ultimo film di Woody Allen, commenti ironici sulle qualità di Serge come sommelier e progetti per le vacanze. In sottofondo, però, regna una tensione che i quattro commensali non riescono a nascondere e che li accompagna dall’antipasto al dolce. Qual è la ragione di tanta angoscia? I due figli coetanei di Serge e Paul, quei figli che erano il loro orgoglio e la loro speranza per il futuro, hanno commesso un atto di cieca violenza uccidendo una barbona, colpevole di aver impedito loro l’accesso alla cabina di un Bancomat con il suo misero sacco a pelo. Il tutto è stato registrato con un cellulare, e l’agghiacciante ripresa adesso circola su internet e sulle principali reti televisive. I volti dei ragazzi non si vedono, ma non è improbabile che presto qualcuno capisca che si tratta di loro. 

Ciò che ci si aspetterebbe, di fronte a una situazione del genere, è di ritrovarsi a leggere le strazianti riflessioni di quattro genitori alle prese con un difficile dilemma morale: denunciare l’accaduto, farsi odiare dai propri figli pur di salvarne la vita, o coprirli per sempre, rischiando che non riescano mai a cogliere davvero la gravità della cosa. Al contrario, quella a cui assistiamo è una scena che sembra tratta dal teatro dell’assurdo. La cena prosegue tra i silenzi, i non detti e gli scoppi di pianto di Babette. A tenere insieme le fila della narrazione sono i pensieri di Paul, che alterna considerazioni sul presente a flashback perfettamente inseriti tra un discorso e l’altro, tra una portata e l’altra, a mostrare luci ed ombre di quelle che sembrano due perfette famiglie olandesi. 

Incredibilmente, attraverso la voce di Paul, ci rendiamo gradualmente conto del fatto che proprio Serge, il politico senza scrupoli pronto a tutto per ottenere la sua prestigiosa poltrona, è l’unico che rinuncerebbe a tutti i suoi sacrifici per salvaguardare l’integrità morale del figlio, l’unico a preoccuparsi delle ripercussioni psicologiche che un atto del genere potrebbe avere sul giovane Rick. Attorno a lui, una moglie che non riesce a prendere posizione, un fratello debole e insicuro che si colpevolizza per il cattivo esempio dato al figlio, una cognata decisa a difendere a spada tratta il suo Michel, a costo di mistificare completamente la realtà. 

A raccontare tutto questo, un autore totalmente super partes, che non lascia trasparire la sua voce né la sua opinione in merito all’accaduto. Sembra quasi che Koch non voglia esporsi, suggerire che un approccio sia migliore dell’altro, far credere di avere delle risposte. Il libro costringe il lettore a fare i conti unicamente con la propria coscienza, ad “ascoltare” i pensieri di Paul e costruirne di nuovi, a crearsi un punto di vista sulla vicenda. Nel mio caso, l’angoscia e il fastidio non hanno fatto che crescere capitolo dopo capitolo, insieme al desiderio di scuotere i protagonisti, di urlare loro “Avanti! Fate qualcosa!”. 

Questo romanzo mi ha catturata dall’inizio alla fine ed è riuscito a suscitare tutte le sfumature della mia emotività, dalla tristezza alla rabbia, dall’incredulità all’indignazione, dalla disapprovazione alla rassegnazione. Un libro che riesce a fare tutto questo, è senza alcun dubbio un grande libro, per cui non posso far altro che consigliarvelo e invitarvi a farmi sapere cosa ne pensate. 

Recensioni · Romanzi

Diario di un killer sentimentale

Oggi vi parlerò di Diario di un killer sentimentale, breve racconto di Luis Sepulveda edito da Guanda. In appena 73 pagine, mescolando cinismo, ironia e suspense come fossero gli ingredienti di un buon dolce, il grande scrittore cileno ci regala una storia al limite del paradossale, dal ritmo incalzante e dalle tinte noir.

Copertina "Diario di un killer sentimentale"
“Diario di un killer sentimentale” di Luis Sepulveda, edito da Guanda

Il protagonista del romanzo svolge un lavoro quantomeno insolito: si tratta, infatti, di un killer professionista. L’uomo riceve i suoi numerosi e remunerativi incarichi da un misterioso committente, che lo chiama al telefono, ma che non ha mai incontrato.

Riconobbi la voce dell’uomo degli incarichi, un tizio che non ho mai visto né voglio vedere, perché così funzionano le cose tra professionisti, ma che, dopo averne sentito la voce, potrei riconoscere tra mille. 

L'”uomo degli incarichi” fa in modo che il suo sicario riceva periodicamente delle buste, all’interno delle quali troverà le foto che ritraggono la sua vittima designata, immortalata in uno scatto affinché lui possa memorizzare ogni singolo dettaglio di quel volto. Al killer non devono servire altre informazioni, non deve farsi domande e non deve conoscere le motivazioni che spingono il suo “datore di lavoro” a voler eliminare la persona ritratta in foto. Il suo coinvolgimento dev’essere minimo, perché un professionista serio non mischia mai il lavoro con le emozioni.
Eppure, da quando una donna è entrata nella vita del nostro protagonista, qualcosa in lui ha cominciato a cambiare. Perché adesso, mentre osserva i lineamenti del suo prossimo bersaglio, si ritrova a chiedersi chi sia quell’uomo? Cos’è quella nuova e malsana curiosità che lo porta a provare fastidio per il modo del tutto impersonale in cui la faccenda dell’omicidio viene gestita dal suo boss invisibile?
Forse l’amore, che per la prima volta fa affiorare in lui il sogno di una casa in Bretagna, di una spiaggia e di giornate trascorse in compagnia della sua “gran figa francese”, che gli avrebbe recitato poesie per lui incomprensibili, ma rese perfette dal fatto di essere pronunciate dalla sua bocca, lo ha cambiato più di quanto pensi.
I sogni, però, non sempre si avverano, e quando la sua donna lo abbandona annunciandogli, con un telegrafico messaggio via fax, di aver trovato l’amore in Messico durante un viaggio che lui stesso le aveva regalato per tenerla lontana dai guai, il killer sentimentale cerca di rimanere a galla sulle onde della sua atipica vita fluttuando sulle zattere offerte dal cinismo e dalla disillusione. Ma la lontananza della sua donna lo condurrà verso una serie di imperdonabili errori lavorativi, dalle conseguenze decisamente inaspettate…

A un lettore superficiale, questo breve racconto potrebbe apparire come un’apologia del distacco e della freddezza, un invito a separare la sfera professionale da quella amorosa e a non farsi mai coinvolgere troppo dalle persone che ci circondano, pena la dolorosa perdita di tutto ciò che si è faticosamente costruito fino a quel momento.

Un professionista vive solo, e per dar sollievo al corpo il mondo offre un’ampia scelta di puttane.

Queste sono le parole che il protagonista usa per raccontarsi durante il lungo dialogo che intrattiene con sé stesso e con i lettori attraverso le pagine di un diario che ripercorre le tappe dei suoi ultimi sette giorni da killer professionista. Sono parole apparentemente. prive di calore, le parole di un uomo che vive solo per eseguire degli ordini, incapace di provare sentimenti. Dietro le parole, però, si cela la sofferenza per un amore perduto, per una vita a malapena immaginata e già spazzata via da un laconico messaggio.
Dietro la definizione di “gran figa francese”, dietro il termine “incarico” che usa per indicare gli uomini contro i quali un giorno punterà una pistola, dietro il suo continuo rivolgersi alla propria immagine riflessa nello specchio, quasi gli fosse talmente estranea da costituire una personalità a sé stante, possiamo intravedere tutta la difficoltà di un uomo che non riesce più a concedersi una debolezza e che, per esorcizzarla, si costruisce attorno una fragile corazza.
Non a caso, solo dopo un’anonima notte di sesso trascorsa con una giovane Lolita parigina il protagonista troverà il coraggio di esprimere quei sentimenti che lo stanno consumando, sapendo che nessuno potrà ascoltare ciò che ha da dire.

Si addormentò abbracciata al mio petto, e allora le parlai chiamandola col nome della mia donna. Le dissi che la perdonavo, che dopo aver portato a termine il mio ultimo incarico l’avrei cercata in Messico e saremmo tornati insieme per vivere vicino al mare e lontano dalla morte.

Diario di un killer sentimentale è un libro che si legge tutto d’un fiato e che, anche se forse non brilla per imprevedibilità e colpi di scena, regala al lettore la piacevole sensazione di accompagnare il bizzarro protagonista in un viaggio lungo le strade di un amore illuso, deluso, arrabbiato, pronto a perdonare, certo, ma anche a chiedere vendetta. Leggetelo, non ve ne pentirete.

 

 

 

 

Graphic-novel · Recensioni

La mia prima graphic-novel… un polpo alla gola 

Pubblicato dalla casa editrice Bao Publishing, Un polpo alla gola è il secondo lavoro del celeberrimo fumettista Zerocalcare, pubblicato nel 2012. Mi sono ritrovata a leggere questa graphic-novel  (genere al quale non mi ero ancora mai avvicinata) per curiosità, trovandola tra quelle incluse nell’abbonamento a Kindle Unlimited, e devo dire di aver trascorso un’oretta veramente piacevole in sua compagnia.

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“Un polpo alla gola” di Zerocalcare, edito da Bao Publishing

Un polpo alla gola, che è valso al suo autore il premio Gran Guinigi a Lucca per la migliore storia breve, è un racconto essenzialmente diviso in tre capitoli, ognuno dei quali si concentra su una fase della vita del protagonista che, come nel precedente La profezia dell’armadillo, non è altri che lo stesso Zerocalcare. Abbiamo, quindi, un primo blocco dedicato alla sua infanzia, un secondo blocco dedicato all’adolescenza e un terzo incentrato sulla vita di un Calcare ormai divenuto adulto, che si ritrova a fare i conti con i fantasmi del passato. Il nucleo fondamentale attorno al quale si sviluppa questa la breve storia nera raccontata da Zerocalcare è comunque l’infanzia, dalla quale a suo dire “non si guarisce” e che influenza in modo irreparabile tutto ciò che saremo ‘da grandi’ determinando il nostro carattere, le nostre debolezze e tutte quelle caratteristiche che faranno di noi degli individui unici e diversi gli uni dagli altri. Proprio per questo motivo, al protagonista bambino e ai suoi amichetti d’infanzia, Secco e Sarah, viene dedicata un’attenzione particolare. Alle prese con un’età durante la quale una mezza parola sussurrata si tramuta in un inconfessabile segreto, un Gameboy sequestrato dalla maestra può sembrare la fine del mondo e una minuscola rivelazione rischia di trasformarsi in un marchio che vi segnerà a vita, Zero e i suoi amici si ritrovano coinvolti in un mistero più grande di loro. Una mezz’ora di ricreazione, una scommessa e una bugia innocente sono sufficienti a scatenare una catena di eventi che avrà pesanti ripercussioni anche sugli anni a venire. È così che il piccolo Calcare scopre il senso di colpa, da lui metaforicamente rappresentato come un polpo che attociglia i tentacoli attorno al suo collo ogni volta che si trova in presenza della persona cui ha mentito o di quella che ha fatto le spese della sua bugia. 

Il fil rouge che alleggerisce i toni della narrazione è sicuramente rappresentato dell’ironia di Zerocalcare, che ho trovato irresistibile. Avendo 30 anni (ma shhhh, non ditelo in giro!), poi, non ho potuto fare a meno di sfoggiare un sorriso nostalgico durante tutta la lettura, ripensando agli anni del Gameboy e di David Gnomo, che qui svolge il ruolo di “grillo parlante” nei confronti del piccolo protagonista, e cogliendo le numerose citazioni provenienti dal mondo del cinema, della musica e delle serie TV di quel periodo. 

Un polpo alla gola è di certo una lettura leggera, che vi terrà impegnati per pochissimo tempo, ma vi farà ridere e riflettere su quanto, a posteriori, tutte le cose che da bambini ci sembravano enormi e terrificanti possano essere guardate con distacco e considerate per ciò che realmente erano, eliminando i polpi alla gola e lasciandosi andare a un tardivo sorriso. 

Recensioni · Romanzi

Il caso Diana

Oggi vi parlerò di un romanzo che mi è capitato tra le mani per puro caso, ma che mi ha colpita e scossa moltissimo. Sto parlando de Il caso Diana di Alexandre SeuratCodice Edizioni. Avevo preso l’ebook di questo libro mesi fa, approfittando di una promozione e senza avere la minima idea della trama e dei contenuti, attratta come spesso mi succede dalla bellezza della copertina. Ecco perché non mi aspettavo assolutamente che le novanta pagine de Il caso Diana potessero segnarmi così profondamente e lasciarmi così tanta amarezza in fondo al cuore.

Copertina de
“Il caso Diana” di Alexandre Seraut, Codice Edizioni

Diana è una bambina di soli otto anni, che porta il nome di una principessa tanto bella quanto sfortunata. La piccola è il frutto di una gravidanza indesiderata, di un pancione vissuto come “un’escrescenza insopportabile” da una donna che decide di abbandonarla subito dopo la nascita, nonostante le proteste della nonna, disposta a prendersi cura del nascituro come fosse suo. Solo quando il tempo (un mese) che la madre ha a disposizione per cambiare idea sta per scadere, la donna sceglie di riprendere la piccola con sé. Quando anche il padre di Diana fa la sua ricomparsa, i tre sembrano destinati a formare una nuova piccola famiglia felice, tanto più che la madre della piccola è riuscita persino a ottenere l’affidamento del primo figlio, Arthur, nato pochi anni prima e fino ad allora vissuto con il suo ex compagno. Inizialmente, la coppia mantiene sporadici rapporti con la nonna e la zia materne, almeno fino al giorno in cui entrambe cominciano a esprimere qualche perplessità sul leggero ritardo mentale e fisico che sembra affliggere la piccola, nonché sulla severità delle punizioni riservate alla bambina da parte di entrambi i genitori. Sempre più evasivi e sfuggenti, i due decideranno a quel punto di effettuare il primo di una serie di traslochi che servirà loro a sviare l’attenzione della gente dal comportamento di Diana e da quegli strani segni che fin troppo  spesso riporta sul corpo. “Sono caduta”, si giustifica la piccola di fronte alle domande della sua prima maestra, e frasi come “Sono così goffa”o “Ho litigato con mio fratello” diventano per lei una sorta di litania da ripetere sempre sorridendo, memorizzando con esattezza la scusa utilizzata per ogni singolo livido, ferita o escoriazione. In questo modo, la sua versione coinciderà sempre con quella data dai genitori, che nel frattempo hanno avuto altri due bambini e mettono in scena la perfetta imitazione di una famiglia impeccabile e serena.
La piccola Diana, intanto, continua a sorridere, a cercare affetto negli adulti, a difendere quei genitori cui, nonostante tutto, vuole bene e che vede come punti di riferimento. Ma una bambina non voluta, accolta controvoglia all’interno di un nucleo familiare di cui fa geneticamente parte, ma che non fa che escluderla, può in effetti dire di avere dei genitori? E il suo leggero handicap, la forma del viso più gonfia del normale, gli occhi stretti simili a quelli di chi è affetto dalla Sindrome di Down, sono in effetti dovuti a un problema di salute congenito o sono forse il risultato di anni di abusi e di maltrattamenti?

Alexandre Seurat ricostruisce la storia della piccola Diana fin dal giorno della sua nascita, lasciando che a parlare siano i protagonisti della vicenda: la nonna, la zia, il fratello, la maestra, il medico. Ognuno di loro viene definito solo in relazione al ruolo che ha assunto, seppur per un breve periodo, nei confronti della piccola vittima. Ognuno di loro, quasi come fosse chiamato a deporre di fronte a un’ipotetica giuria, cerca di definire il suo grado di responsabilità, si colpevolizza pensando che avrebbe potuto fare di più o si auto-assolve raccontando a se stesso di aver fatto il possibile per la bambina.
Fin dall’inizio, il lettore viene catapultato al centro di un vortice di voci, sospetti, indagini e false piste all’interno del quale ciò che appare evidente a tutti, ciò che ormai tutti sanno, rimane comunque indimostrato e indimostrabile grazie all’abilità dei genitori e della stessa Diana che, senza esserne consapevole, non fa che sostenere i propri aguzzini confermandone le bugie. Ogni volta che uno dei protagonisti (una maestra, un medico, un assistente sociale) rischia di avvicinarsi troppo alla realtà dei fatti e convoca i genitori della bambina per un confronto, l’intera famiglia trasloca adducendo a motivazione le necessità lavorative del padre, in un continuo vagabondare che confonde le tracce e complica le indagini.
Tutto prosegue immutato, fino al giorno in cui a scuola il banco di Diana resta vuoto: della piccola si sono perse le tracce e i manifesti che la ritraggono tappezzano i muri della città.

Non c’è pietismo, non c’è la ricerca di una lacrima facile nel libro di Seurat. I fatti sono raccontati in modo più o meno asciutto, a secondo del tono e dello stile che lo scrittore sceglie di adottare per ciascuno dei personaggi coinvolti.
Ricostruendo le vicende a posteriori, come se ognuno dei dettagli rivelati dalle persone coinvolte andasse a incastrarsi insieme agli altri tra le tessere di un ideale puzzle, alla mente del lettore non possono non affacciarsi le domande che tutti, almeno una volta, ci siamo posti di fronte alla notizia della scomparsa di un bambino maltrattato. Com’è possibile che nessuno si sia accorto di niente? Eppure i segni erano lì, lampanti, davanti agli occhi di tutti! Lampanti, certo, ma la giustizia spesso si arena sui cavilli legali, i medici procedono molto, troppo, cautamente e gli assistenti sociali esitano nel giudicare colpevoli i genitori, ancor più se la famiglia sembra così a modo… Una famiglia a modo che nasconde l’orrore, la violenza e la sopraffazione sotto il velo di una studiata cortesia e di sorrisi aperti e gentili. I mostri non sempre hanno l’aspetto di pervertiti non integrati nella società, che aspettano i bambini fuori dalla scuola offrendo loro un dolcetto o un giocattolo. No, a volte i mostri si mimetizzano benissimo in mezzo a noi, agiscono alla luce del sole e risultano comunque insospettabili.

Quando ho girato l’ultima pagina del romanzo ero emotivamente molto provata, perché so che cose come queste accadono davvero e che nel mondo ci sono state tante piccole Diana, scomparse o uccise per mano di un membro della loro stessa famiglia. Facendo qualche ricerca su Internet, però, ho scoperto che Diana non è un personaggio d’invenzione. Seurat, infatti, si è ispirato, neanche troppo liberamente, alla storia della piccola Marina Sabatier, una bimba di otto anni ritrovata morta nel 2009 in un container, dentro un deposito cui avevano accesso solo i dipendenti dell’azienda di trasporti per la quale lavorava il padre, subito posto in stato di fermo e che ne aveva denunciato la scomparsa poche ore prima. La vicenda di Marina è agghiacciante. Picchiata, maltrattata, rinchiusa, punita in modi atroci per colpe inesistenti, la sua brevissima vita è stata un susseguirsi di sofferenze che ha avuto fine solo con la morte, giunta per mano di chi le aveva dato la vita. Nonostante tutto, però, Marina sorrideva, amava i suoi genitori, li difendeva persino davanti all’indifendibile. Pare che le sue ultime parole, pronunciate prima di essere rinchiusa nello stanzino dove sarebbe morta a causa delle percosse appena ricevute, siano state “Bonne nuit, maman, a demain” (“Buonanotte, mammina, a domani”).

Di fronte a storie come queste è letteralmente impossibile restare impassibili, così come è impossibile dare giudizi. Posso soltanto dire che Seurat è riuscito a comunicarmi tutta l’angoscia e la preoccupazione per le sorti della bambina in un crescendo di tensione amplificatore dalla pluralità delle voci parlanti. Il fatto che né Diana, né i suoi genitori prendano mai la parola direttamente, inoltre, mi è sembrata una scelta vincente, poiché pone il lettore nella stessa posizione di chi, maestra o medico che sia, si ritrova a essere impotente e non può far altro che constatare la situazione e cercare di trarne delle deduzioni. 

Lettura consigliata, dunque, ma a chi sia emotivamente pronto ad affrontarne le conseguenze. 

 

Recensioni · Romanzi

Il giro del miele

Il giro del miele
“Il giro del miele” di Sandro Campani, edito da Einaudi

Il romanzo di cui voglio parlarvi oggi è Il giro del miele di Sandro Campani, edito da Einaudi, un libro che mi ha colpita moltissimo e mi ha permesso di innamorarmi della prosa di un grande narratore, maestro indiscusso nella creazione dei dialoghi e nell’arte di restituire una voce unica e inconfondibile ad ognuno dei suoi personaggi.

È ormai tarda sera quando Davide, del tutto inaspettatamente, decide di bussare alla porta di Giampiero. I due non si vedono da anni, e le loro vite hanno ormai preso direzioni decisamente diverse, ma l’iniziale imbarazzo viene ben presto cancellato da una bottiglia di grappa. Bicchiere dopo bicchiere, seduti al tavolo del salotto di Giampiero, lui e Davide si confrontano e fanno i conti con il loro passato, mentre fuori il vento soffia senza sosta e nella stanza le ombre danzano sui muri illuminati dalla fioca luce del camino.
Una notte che sembra durare un’eternità fa da sfondo al dialogo a due voci, magistralmente costruito come fosse una scena teatrale, grazie al quale prende forma la storia di due famiglie. Da un lato, infatti, ci viene raccontata la giovinezza di Davide, un ragazzino timido, sofferente a causa della morte della madre e del distacco emotivo del padre Uliano, che gli impedisce di prender parte all’attività di famiglia: la falegnameria. Dall’altro, invece, abbiamo Giampiero, che proprio da Uliano verrà scelto come apprendista e socio e che vedrà crescere il piccolo Davide, considerandolo un po’ come il figlio che lui e il suo grande amore, l’Ida, non hanno mai potuto avere.

Anche Davide ha vissuto un grande amore, che lo ossessiona e lo tormenta fin da quando era solo un ragazzino: l’amore per la Silvia. Contro ogni sua più rosea previsione,  anche la Silvia si era innamorata di quell’omone alto, robusto, con la faccia pulita, nel quale intravedeva una risposta al suo bisogno di essere protetta, di sentirsi al sicuro. I primi anni del loro matrimonio erano stati simili a una favola ma, si sa, non tutte le favole sono destinate a un lieto fine. Dopo diversi fallimentari tentativi lavorativi, tra i quali spicca quello di diventare apicoltore (da cui il titolo del romanzo), Davide si era convinto a lavorare come buttafuori in una discoteca, lavoro che alla moglie non andava a genio e che le mostrerà tutti i lati più negativi del carattere dell’uomo che credeva di conoscere, mentre l’insoddisfazione e la solitudine si insinueranno strisciando nelle sue giornate. Il matrimonio si sgretola giorno dopo dopo giorno, di fronte agli sguardi impotenti dei due sposi che hanno già capito di essersi persi, e che si separeranno in seguito a un irreparabile errore di Davide. Di questo errore, del quale ancora non sappiamo nulla, l’uomo vuole fare ammenda, anche se sono passati dieci anni, anche se la Silvia ha un altro marito e un figlio e il massimo che lui possa fare è cercare di farle avere notizie tramite Giampiero. Se Davide si porta addosso le cicatrici emotive degli errori commessi, Giampiero convive con una cicatrice fisica che gli ha deturpato una mano, segno evidente delle proprie colpe e del più grande sbaglio commesso nella sua vita.

Se le ferite si possono guarire, le cicatrici sono marchi indelebili. La storia non si può cambiare, né cancellare. È possibile, però, lenire il dolore che esse provocano se almeno una parte di questo dolore viene condiviso con qualcuno che ci vuole bene. È proprio per questo che Davide, dopo dieci anni, torna a cercare il conforto di Giampiero, il quale in fondo, pur non avendone piena coscienza, necessita almeno altrettanto di un’assoluzione da parte sua. Ma davvero basterà mettere tutte le carte sul tavolo e aprirsi all’altro senza più alcun filtro per riuscire a cambiare e rimettere ogni tassello al proprio posto? È possibile anzi, in termini assoluti, che un uomo cambi? Non lo sapremo mai, perché il romanzo si conclude con un finale totalmente aperto, che non lascia spazio a facili giudizi. Certo, è possibile che Davide sia davvero cambiato e che l’aver sfogato la frustrazione per qualcosa che è stato e non sarà mai più lo possa aiutare ad andare avanti, com’è possibile che l’aver ritrovato il “figlioccio” perduto e l’aver confessato le sue colpe possa indirizzare Giampiero verso una serena vecchiaia priva di rimorsi. Queste, però, sono solo congetture, dal momento che Campani, volutamente, non ci offre alcuna soluzione di comodoalcun antidoto alla disillusione. Rimane aperta soltanto la porta della speranza. E chissà che la lince, questo strano ed evanescente animale, più volte evocato all’interno del libro, non rappresenti proprio l’immagine, sfuggente ed enigmatica, del futuro e delle sue incognite.

Raccolte di racconti

Quella cosa intorno al collo

Copertina di "Quella cosa attorno al collo" di Chimamanda Negozi Adichie, edito da Einaudi.
“Quella cosa intorno al collo” di Chimamanda Ngozi Adichie, edito da Einaudi.

A volte capita che un libro ti colpisca a tal punto da lasciarti senza parole con la sua forza e la sua bellezza. Quando succede una cosa del genere, sai con certezza di aver letto un gran libro e, al tempo stesso, sai con certezza che non riuscirai mai a parlarne con il giusto distacco, perché quel libro, quelle parole, ti sono rimasti impressi sotto la pelle.
Ecco, tutto questo mi è appena successo con “Quella cosa intorno al collo” di Chimamanda Ngozi Adichie, edito quest’anno da Einaudi. La scrittrice non è certo al suo primo lavoro, ma ultimamente è balzata agli onori della cronaca per i suoi scritti sul femminismo e per essere stata citata come modello da artisti di fama internazionale come Beyoncé. Naturalmente, la mia curiosità nei suoi confronti non è stata suscitata dalle canzoni pop, ma dai numerosi elogi a lei rivolti da blogger del cui giudizio mi fido moltissimo, come La Lettrice Rampante e Ilenia Zodiaco.
Come sapete, non sono certamente un’appassionata di racconti, ma quando “inciampo” in raccolte di storie brevi che riescono a catturarmi come e più di un romanzo, allora nasce l’amore. Quando ho preso in prestito “Quella cosa intorno al collo” non sapevo nemmeno che contenesse dei racconti, me ne sono resa conto solo dopo aver cominciato a leggere, e l’amore è nato già dalle primissime pagine.

Le dodici storie che compongono questo libro sono molto intense e riescono nell’arduo compito di risultare toccanti senza per questo mai lasciar spazio al patetismo e all’autocommiserazione. I personaggi di Chimamanda, quasi tutti femminili, sono vittime di un destino più grande e più forte di loro, è vero, ma resistono, si rialzano, affrontano le loro battaglie contro mostri che assumono ora il volto della guerra, ora quello della morte, ora quello della povertà e, talvolta, persino quello di uomini che si rivelano molto diversi da come li avevano immaginati. La Adichie costruisce una galleria di infelicità e resilienze, dentro la quale inserisce le sue Donne, donne tradite, abbandonate, smarrite, impaurite, ma non sconfitte. Donne che cercano conforto negli occhi e nelle mani di altre donne, indipendentemente dalle differenze sociali, razziali o religiose.

Ho amato particolarmente il racconto “Un’esperienza privata”, nel quale Chika, una ragazza di etnia igbo (la stessa cui appartiene l’autrice) e religione cristiana, si ritrova a condividere il piccolo rifugio offerto da un negozio abbandonato con un’altra donna, chiaramente musulmana. Intorno a loro, gli hausa musulmani hanno avviato una sommossa contro gli Igbo, e Chika sa che proprio in quel momento li stanno facendo a pezzi o lapidando, mentre lei se ne sta nascosta lì, insieme a una sconosciuta “nemica”. Probabilmente le due donne non si rivedranno mai più, ma per un istante l’una è per l’altra tutto ciò che le resta, e le differenze economiche, sociali, religiose crollano di fronte alla paura di morire e all’angoscia per i familiari la cui sorte è incerta. Sarà soltanto un momento, però, un’esperienza privata, esattamente come private sono le preghiere che l’ignota musulmana rivolge alla Mecca e che Chika rifiuta di ascoltare per lasciarle un po’ di privacy, mentre strofina involontariamente con le dita il piccolo rosario ad anello che indossa per volere della madre. Passata la tempesta, le due solitudini che si erano coalizzate per difendersi vicendevolmente, torneranno a essere solo due mondi lontani.

“In seguito, Chika avrebbe letto sul <<Guardian>> che i <<reazionari musulmani del Nord, di lingua Hausa, hanno una storia di violenza contro i non musulmani>> e, presa dal suo dolore, si sarebbe dimenticata di aver […] sperimentato la gentilezza di una donna hausa e musulmana”

Non tutte le storie raccontate dalla Adichie sono ambientate in Nigeria, anzi in molti casi emerge prepotentemente il confronto tra la terra di origine dei suoi protagonisti (in particolare, molto presente è la città di Lagos) e gli Stati Uniti, mitizzati come una sorta di terra promessa eppure in grado di essere crudeli e ostili, di far sentire estraneo chi non ne ha sempre fatto parte.
Estranea agli Stati Uniti e, in fondo, alla sua stessa vita e al suo rapporto di coppia è la protagonista di un altro racconto che mi ha colpita molto, “L’imitazione”. Nkem, questo il nome della donna, pensa di essere la persona più fortunata del mondo quando incontra Obiora, un ricco nigeriano che la sposa e la porta con sé in America, dove compra per lei una bella casa e dove nasceranno i loro due figli. Obiora sembra meraviglioso, finché non decide di mantenere una seconda casa a Lagos e finché Nkem, già dalla prima pagina del racconto, non scopre che il marito si fa vivo sempre meno spesso e torna a trovare lei e i bambini solo durante l’estate perché con lui c’è un’altra donna. Una ragazza giovane e bella, con i capelli corti e ricci, che adesso vive in casa sua e dorme nel letto che lei ha condiviso col marito in Nigeria.

“Nkem sospira e si passa la mano tra i capelli. Le sembrano troppo folti, troppo vecchi […] Prende le forbici, quelle che usa per pareggiare i nastri di Adanna, e se le porta alla testa. Solleva ciuffi di capelli e li taglia vicino alla cute, lasciandoli della lunghezza di un’unghia, quel tanto che basta ad arricciarli col ristrutturante”

I personaggi maschili, nella maggior parte dei casi, non vengono ritratti in modo lusinghiero. Oltre al marito fedifrago, infatti, ci vengono presentati uno zio che tenta di molestare la nipote e un insegnante di letteratura che organizza un workshop a Città del Capo e guarda le donne di colore solo al di sotto del viso. L’umiliazione, la costrizione e il senso di soffocamento accompagnano spesso le vite delle loro compagne, figlie, mogli e nipoti, tanto che nel racconto che dà il titolo alla raccolta, la protagonista dà voce ai suoi pensieri più profondi definendo le sue sensazioni come “una cosa intorno al collo”.

“Di notte, qualcosa ti si avvolgeva intorno al collo, qualcosa che per poco non ti soffocava prima che ti addormentassi”

Persino gli uomini animati dalle migliori intenzioni commettono errori, come il marito della protagonista di “Il lunedì della settimana prima” che, per quanto pensi di amare Kamara e di averla resa felice offrendole una vita dignitosa negli Stati Uniti, in realtà risulta del tutto incapace di comprendere il suo desiderio di maternità, di aiutarla a trovare uno scopo nella vita e di farla sentire meno sola.

Chimamanda Ngozi Adichie è una narratrice straordinaria. Il suo stile diretto, crudo e, al tempo stesso, forte e intenso accompagna il lettore dentro dodici piccoli microcosmi del tutto autosufficienti, perfetti nella loro circolarità.
Non vedo l’ora di leggere altri libri di quest’autrice, che mi ha stregata e incantata.